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Sei milioni con Basaglia, perché la libertà è terapeutica
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Sei milioni con Basaglia, perché la libertà è terapeutica

Dall’icona alla realtà
Nessuna icona: il tempo dei bizantini è finito.
Questo in risposta a quanti sostengono che lo psichiatra Franco Basaglia, meglio noto ai più come l’ispiratore della Legge 180 emanata il 13 maggio 1978, non può esser considerato né un idolo, né una figura da annoverare fra i grandi della storia, perché, operando per la chiusura degli ospedali psichiatrici, ha prostrato le famiglie dei malati di mente, costrette ad assumere la responsabilità di “curare in casa” figli e parenti psicotici.

Così, la fiction intitolata C’era una volta la citta dei matti, trasmessa gli scorsi giorni in prima serata su RaiUno e magistralmente interpretata da Fabrizio Gifuni nel ruolo dello psichiatra riformatore, ha suscitato un vespaio di polemiche e una selva di commenti errati non tanto sulla carta stampata, quanto, piuttosto, sui blog che proliferano in rete: qui si dice di tutto e di più, scambiando Basaglia, anche in buona fede, per un esponente dell’antipsichiatria.
Ora, è vero che il movimento dell’antipsichiatria trasse nuova linfa e alimento dal lavoro che fu iniziato dapprima a Gorizia e, successivamente, proseguito a Trieste; è anche vero che Basaglia aveva una conoscenza approfondita delle idee dei padri dell’antipsichiatria – Cooper e Laing –, tuttavia, egli non si è mai definito un antipsichiatra e non è mai giunto al punto di negare l’esistenza della malattia mentale, sebbene con la consapevolezza che gli ospedali psichiatrici costituissero un elemento aggravante della malattia, peraltro ciò è chiarito nella fiction in poche, semplici battute: “Come faccio – s’interroga Basaglia – a capire che malattia ha uno che è stato legato a un letto e rinchiuso in una stanza per anni?” Già, come si può comprendere il disagio psichico se, a questo si aggiungono trascuratezza, umiliazione, ignoranza? Forse, questa è una domanda che dovremmo porci ancora oggi e che vale per tutte le persone istituzionalizzate, dal bambino all’anziano. I media riportano continuamente immagini raccapriccianti che riguardano “case di riposo” in cui gli utenti sono ancora legati ai letti, fortemente sedati e nascosti come una vergogna in camere strettissime. E i responsabili tentano una ben misera difesa, quando affermano che queste strutture, in quanto Onlus – organizzazioni non lucrative – mancano di fondi per l’assistenza. In primo luogo, non è del tutto vero perché le Onlus godono di agevolazioni economiche e sgravi fiscali notevoli da parte dello Stato; in secondo luogo, quando le risorse sono insufficienti è preferibile chiuder bottega, se si lavora con persone che – e questa può sembrare retorica – non sono né numeri, né pratiche assicurative.

Riabilitare nei Centri Diurni
Non basta, l’operato di Basaglia ha avviato tutti quei processi di riabilitazione psicosociale che oggi sono seguiti dai Centri Diurni, costituiti all’interno dei Dipartimenti di Salute Mentale ove, tuttavia, non sempre vi è personale qualificato e pronto ad accogliere le esigenze degli utenti. Perché? Semplice, il manicomio lo abbiamo dentro: molti burocrati della Salute Mentale pensano che sia sufficiente metter dinanzi al paziente un foglio e invitarlo a disegnare per riabilitarlo. Possono farlo tutti, no? Non servono operatori con una conoscenza delle terapie analogiche – ossia in grado di avvalersi di linguaggi non verbali e di raggiungere con immediatezza il vissuto emotivo della persona –; non occorre avere pazienza e, nel medesimo tempo, entusiasmo. Creiamo i centri diurni per essere in regola? Ma questa è applicazione pedissequa di una norma, il che apre la via ai vari Ciccioli, persuasi della necessità di prolungare i Trattamenti Sanitari Obbligatori, in modo tale da confinare nei reparti di psichiatria chi è “pericoloso e di pubblico scandalo”, per tornare alle arcaiche diciture della Legge del 1904. Ma Basaglia sapeva che la 180 non sarebbe stata applicata con intelligenza, la sorte ha voluto che egli non potesse assistere ai fenomeni di burn-out di psichiatri e psicologi, ai Centri di Salute Mentale che, soprattutto qui in buona parte del Meridione, rispettano orari d’ufficio e, dopo le venti, se si verifica una crisi psicotica, le famiglie non hanno altra scelta che chiamare i numeri d’emergenza cui, troppo spesso, rispondono medici impreparati, alle prime armi, e, soprattutto, non specializzati in psichiatria. Innegabile è il fatto che, se le istituzioni non rispondono, il carico delle famiglie aumenta! Perché, in Parlamento, non si discute di questo? Perché la sanità regionale pugliese, piuttosto che approvare la delibera 1170, detta del “vuoto per pieno”, la quale privilegia le cliniche private e le strutture residenziali – e chi scrive opera anche in una struttura residenziale, ma è consapevole che, non dappertutto, si lavora con coscienza e responsabilità, senza contare che, nelll’attuale temperie, tali strutture possono rappresentare una soluzione per persone sole e non autosufficienti, per quanti hanno alle spalle una famiglia disgregata e incapace di incidere significativamente sulla qualità della vita del proprio congiunto, tuttavia è auspicabile che sempre meno siano i soggetti sradicati dal contesto affettivo e sociale di appartenenza! –, non rafforza l’organico nei Centri di Salute Mentale? E non importa, ora, giocare a passarsi le colpe, asserire l’innocenza di alcuni e deplorare l’operato di altri o ricordare sommessamente che, in campagna elettorale, certe cose è meglio non dirle e non scriverle! Qui il problema non è il capriccio di una Giunta Regionale, ma l’ignoranza riguardo alla necessità di continuare sulla via tracciata da Franco Basaglia che doveva condurre alla graduale rivoluzione delle menti, perché se non cambiano le persone, neppure le leggi cambieranno e l’impulso al cambiamento non può scendere come manna dal cielo, ma deve venire dal basso.

Le nostre responsabilità

I ceti dirigenti raccolgono – o dovrebbero farlo – le istanze della pubblica opinione. I matti? Certo che sono matti! E chi vuole negarlo? Proprio come un cardiopatico è un cardiopatico. Allora, se dobbiamo rinchiudere gli psicotici per timore delle loro crisi pantoclastiche, forse, è meglio rinchiudere anche i cardiopatici per prevenire le crisi che metterebbero a rischio la loro vita. Ma il cardiopatico non fa male a una mosca, lo schizofrenico invece… Ecco, è l’ “invece” seguito dai puntini di sospensione che non va, per una semplice ragione: la psiche umana ha sempre una quota d’imprevedibilità e se non vogliamo ammettere che, a nostro modo, siamo tutti folli, dovremmo almeno riconoscere che l’incarcerazione preventiva di tutti gli schizofrenici contribuisce soltanto a sgravare la coscienza dei “normali”. Questi ultimi, per risparmiare danaro e cure, fanno di tutta l’erba un fascio. Ma si può ragionare per categorie generiche e astratte, quando si parla di vite umane? C’era una volta la città dei matti è una pellicola scomoda, anche se ha tenuto incollati al video sei milioni di telespettatori, al punto che canti e balli della popolarissima De Filippi hanno dovuto cedere il passo alla malattia mentale. Anche questo è un dato che induce a pensare: forse, da parte dell’opinione pubblica, la volontà di riflettere c’è e bisogna coglierla in tempo, altrimenti sì che il carico rimane soltanto sulle spalle delle famiglie, le quali si sentiranno sempre più sole e abbandonate. Non si risolve tutto con l’amore e con le buone intenzioni, ma “se i matti sono come dei e non possono star fra gli uomini”, cerchiamo di rendere la loro permanenza sulla terra un diritto da esercitare e non facciamo della diversità un motivo per ritrarci e per sottrarci alle responsabilità che abbiamo di fronte.

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