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Risvolti di un educazione sociale nell’interpretazione psicologica dei personaggi del Romanzo di Formazione Pinocchio di Collodi
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Risvolti di un educazione sociale nell’interpretazione psicologica dei personaggi del Romanzo di Formazione Pinocchio di Collodi

Pinocchio può essere letto come una storia di un’educazione sociale, in cui il bambino deve abbandonare la sua libertà istintuale, contraria alle regole dell’obbedienza ai genitori, della scuola e del lavoro, per accettare infine la logica del mondo adulto.

La storia è quella di un burattino che, fatta eccezione del corpo legnoso, ha tutte le caratteristiche di un bambino reale, ancor prima di venir scolpito è già in grado di muoversi. Egli è ostinato, testardo, crede di essere autonomo, si sente padrone assoluto di se e non vuole rendere conto a nessuno dei propri atti e capricci. Il poter camminare con i propri piedi è la prima azione verso l’autonomia; questa ricerca di separazione appare dalle prime pagine del racconto, tanto che, quando scappa di casa viene subito fermato da un carabiniere che lo prende per il naso mettendo fine alla sua fuga.
Come tutti i bambini, Pinocchio è anche molto ingenuo e credulone, si lascia imbrogliare ben due volte dal “Gatto e la Volpe”. Egli vive una serie di avventure che nascono dalla sua disobbedienza alle regole morali e comportamentali che il suo padre ”adottivo” Geppetto – e la sua “madrina” la Fata dai capelli turchini – cercano di insegnargli. Resta il fatto che, il suo primo e vero educatore è raffigurato nel personaggio del “Grillo Parlante”, che la fantasia ha rivestito con tanto di cilindro, smoking e bastone, regalandogli così un immagine simpatica. Egli è rappresentato come figura di una certa autorevolezza che deve essere ascoltato, piacevole o no che sia, è una sorta di “Super-io” di coscienza umana, un tribunale senza appello, una voce che non può essere messa a tacere se non con l’uccisione violenta, come realmente fa Pinocchio tirandogli una martellata mortale.
Sia Geppetto che il Grillo Parlante non sono in grado di spiegare al burattino come avviene il cambiamento, sono incapaci di additargli l’ideale verso a cui tendere ( maturità, crescita), lo indirizzano invece verso buoni propositi che Pinocchio sembra far suoi nei momenti di difficoltà, per poi abbandonarli, successivamente con incredibile leggerezza, come tutti i bambini del resto. Non sa resistere alle tentazioni, passa da un desiderio all’altro mettendosi in continuazione nei guai; è pronto a pentirsi ma il suo pentimento è superficiale e solo nel momento del pericolo ricorda gli ammonimenti dei suoi cari “educatori”.
Il bambino fa anche la figura dello sciocco, quando sotto la finestra del vicino del villaggio para il cappello pensando di ricevere una bella porzione di pane, ritrovandosi invece tutto bagnato. Non è in grado di fiutare il pericolo e, privo del buon senso, vende perfino il giubbino che il padre con tanti sacrifici gli aveva comprato per assistere allo spettacolo dei burattini.
E’ proprio in riva la mare (simbolo di cambiamento, di rinnovamento), nello scenario del teatrino, che incontra Mangiafuoco (il “padre padrone”), un omone dalle guance grosse ed occhi arrossati, barba lunga che con la sua frusta induce timore soltanto a guardarlo; egli solo potrebbe costringere Pinocchio per sempre all’unico ruolo di vero burattino. Si verifica però, per la prima volta, un vero gesto d’affetto che fa commuovere Mangiafuoco (facendolo starnutire): il burattino si arrampica su quella lunga barba come uno scoiattolo, per dargli un bacio.
Infine, nel cammino del ritorno verso casa, Pinocchio incontra i Gatto e la Volpe, questi personaggi gli si presentano con un atteggiamento accarezzevole, suadente, ma pur sempre perfido. Questo atteggiamento viene messo in atto per abbindolare il povero burattino con la promessa di moltiplicare i suoi zecchini d’oro; dinanzi ad essi Pinocchio manifesta gli stessi buoni propositi già espressi in precedenza lasciandoli nuovamente con molta rapidità. Non si è compiuta nessuna evoluzione, l’esperienza non gli ha insegnato nulla e a niente serve la voce della coscienza affidata, adesso ad un corvo bianco, il quale lo avverte, lo ammonisce senza comunicargli l’ideale a cui tendere; l’unica figura in grado di poterlo indirizzare verso un ideale e uno scopo è la Fata dai capelli turchini che con i suoi lunghi capelli rappresenta la forza e il vigore della femminilità nel ruolo materno. Realmente la Fata non trattiene Pinocchio, piuttosto lo lascia libero di scoprire da solo il cammino che deve compiere per diventare quel bambino che già dentro di se. Questo suo compito lo svolge rimanendo esterna alle vicende ed osservandole per poi intervenire solo nei momenti necessari per guidare Pinocchio.
Il racconto poi abbonda di scene in cui si verificano impiccagioni, morti, metamorfosi fino allo scioglimento in cui il bambino avendo appreso con dolore la sua lezione, diventa finalmente un bambino vero.
La storia di Pinocchio è un “Romanzo di formazione” la cui morale si può riassumere nell’idea che vi è una giustizia imminente che ricompensa il bene piuttosto che il male, per questo è conveniente scegliere la prima strada.

 

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