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La Sindrome della Madre Malevola
Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze / novembre1

Nel 1995 I.D.Turkat descrive per la prima volta una sindrome riscontrabile nei casi di divorzioe affidamento dei figli: la Sindrome della Madre Malevola (Malicious Mother Syndrome). Originariamente l’autore, non avendo riscontrato casi attribuibili ai padri, concluse che tale sindrome interessasse esclusivamente il genere femminile; da studi più recenti, tuttavia, è emerso che esiste una certa “neutralità di genere” e che quindi si possa riconoscere, più in generale, una Sindrome del Genitore Malevolo (Malicious Parent Syndrome).

Quando i genitori decidono di interrompere il proprio legame coniugale, si attivano una serie di meccanismi competitivi riguardanti l’affidamento e la custodia dei figli, che spesso fanno emergere il loro lato peggiore. Nei casi di separazione altamente conflittuale spesso è difficile mantenere distinte le competenze genitoriali dal proprio fallimento coniugale, finendo così per dimenticare che i figli, per poter crescere in maniera sana ed equilibrata, necessitano di affetto, educazione e cura da parte di entrambi i genitori.

Criteri diagnostici della Sindrome della Madre Malevola

La Sindrome della Madre Malevola nei casi di divorzio, osservata da casi clinici e giudiziari, abbraccia un principale modello di comportamento, descritto come segue:

a) una madre che senza giustificazione punisce il marito da cui sta divorziando o ha divorziato:

  • tentando di alienare i figli dal padre

  • coinvolgendo altri in azioni malevole contro il padre

  • intraprendendo un contenzioso eccessivo

b) la madre tenta semplicemente di impedire:

  • le visite regolari dei figli al padre

  • le libere conversazioni telefoniche tra i figli e il padre

  • la partecipazione del padre alla vita scolastica e alle attività extracurricolari dei figli

c) lo schema è pervasivo e comprende azioni malevole come:

  • mentire ai figli

  • mentire ad altri

  • violazioni della legge.

Il disturbo non è specificamente dovuto ad un altro disturbo mentale, pur potendo coesistere con un altro disturbo mentale distinto.

L’alienazione dei minori si esprime nella varietà di azioni intraprese dalle madri al fine di allontanare fisicamente e psicologicamente il figlio dal padre, coinvolgendo quindi la prole in primapersona nella “guerra” che hanno ingaggiato. Si va dalla calunnia diretta a quella più subdola, arrivando alla richiesta esplicita di adottare un atteggiamento “di parte”. Si tratta, in ogni caso, di un comportamento teso a sminuire la figura paterna; l’obiettivo, infatti, è la punizione dell’altro genitore attraverso la “privazione”.
La “punizione del marito” può essere ottenuta anche attraverso il coinvolgimento e la manipolazione di persone terze in azioni dolose (persone appartenenti al nucleo familiare, conoscenti, ma anche gli stessi professionisti – medici, psicologi, avvocati, ecc. – che si trovino ad avere rapporti con la madre). In questo caso è importante rilevare che la persona manipolata dalla madre è stata in qualche modo coinvolta nella rabbia della donna e “alienata” dal marito di questa in procinto di divorziare. La persona “raggirata” assume un tipico atteggiamento di virtuosa indignazione che contribuisce a creare un’atmosfera gratificante per la madre che sì appresta ad intraprendere azioni dolose.
Infine, pur essendo un diritto presentare istanze o avviare azioni legali nel caso se ne rintracci la necessità, l’eccesso di azioni legali intraprese viene spesso utilizzato per inasprire i rapporti e “colpire” l’ex coniuge. In casi estremi si arriva a lanciare false e gravi accuse: come quella di abuso sessuale. Ma se non c’è un vero e proprio abuso sessuale, l’abuso diventa la violenza alla quale i minori vengono sottoposti .
I modelli comportamentali precedentemente descritti come l’impedimento delle visite regolaridei figli al padre, le libere conversazioni telefoniche tra i figli e il padre, la partecipazione del padre alla vita scolastica ed alle attività extracurricolari dei figli sono quelli più utilizzati perché danno risultati immediati e sono più sotterranei.
D’altronde, in sede legale, è difficile dimostrare che fatti di questo tipo siano realmente avvenuti. Per esempio, in caso di mancato rispetto delle modalità di visita, il genitore non affidatario può avvalersi dell’attuazione coattiva dei provvedimenti emessi dal giudice, ma di certoquesta è una soluzione quasi mai praticata, considerando il trauma che riceverebbe il bambino.
I meccanismi descritti si innescano facilmente, soprattutto quando sono coinvolti figli minori, nella fase della separazione e del divorzio, che raramente sono avulsi da almeno un periodo di conflittualità e rivendicazioni.
L’ostacolo al rapporto padre-figli, attraverso la proibizione arbitraria da parte della madre di visite regolari, è sicuramente una delle conseguenze inflitte ai bambini, per i quali la continuità nel rapporto affettivo con il genitore non affidatario rappresenta un elemento fondamentale per il proprio sviluppo psico-fisico e per ritrovare un nuovo equilibrio nella situazione di distacco. Infatti questa alienazione è considerata una forma di violenza sul bambino.
Nello stesso contesto si colloca la privazione di libere comunicazioni telefoniche padri-figli che pure rappresentano un mezzo per mantenere legami di “vicinanza”: alcuni padri trovano questi tentativi di alienazione così dolorosi che alla fine smettono di telefonare ai figli: semplicemente “mollano”. In uno scenario di sconfitta, l’abbandono del padre raggiunge proprio il risultato che la madre si proponeva.

Un altro livello su cui si svolge il conflitto è quello delle attività extracurriculari, attività sportive o extrascolastiche, riunioni dei genitori, compleanni, ma anche eventi che riguardino la quotidianità di un bimbo, insomma, tutto ciò che si svolgeva prima del divorzio e in cui la presenza del padre rappresentava la normalità.
La madre affetta dalla sindrome della “madre malevola” agisce, in pratica, mettendo in atto una sorta di boicottaggio quasi impossibile da contrastare soprattutto se si considera che il rapporto del genitore affidatario è praticamente quotidiano ed esclusivo. D’altra parte, non c’è a livello giuridico una risposta di tipo sanzionatorio a meno che questi avvenimenti non si protraggono nel tempo in maniera recidiva ed eclatante.

Lo schema è pervasivo e comprende azioni malevole come:

  • mentire ai figli;

  • mentire ad altri;

  • violare la legge.

Alcuni esempi, riportati sempre da Turkat, possono essere più che esplicativi: «Una madre infase di divorzio ha detto alla sua giovanissima figlia che il marito non era il suo padre vero, anche se lo era» e ancora: «Una madre ha raccontato ai figli che il padre in passato l’aveva ripetutamente battuta, cosa assolutamente falsa».
Da un confronto «con le manovre più sottili tipiche della PAS (…) la madre che causa la PASpuò insinuare che vi è stata violenza, mentre la madre affetta dalla sindrome della madre malevola afferma falsamente che vi è stata effettivamente violenza».
I figli vengono coinvolti anche quando le “menzogne malevole” sono indirizzate ad altre persone. I recenti casi di cronaca che sempre più spesso vedono prosciolti padri ingiustamente accusati di abusi sui propri figli sono l’esempio più lampante di un problema che si intreccia anche con la difficile questione dell’ascolto giudiziario del minore. Un’accusa così grave può essere facilmente utilizzata, dalla madre affetta dalla sindrome, in sede giudiziaria ed avere effetti devastanti. Basti pensare che in questi casi l’allontanamento precauzionale del minore dal genitore accusato è immediato.
Anche la violazione sistematica delle leggi e delle regole sociali per ottenere una sorta di vittoria o di risarcimento sembra rientrare in un’ottica ai limiti della psicosi: «Gli esempi possono richiamare alla mente certi disturbi della personalità (antisociale, borderline); tuttavia questi comportamenti si possono riscontrare anche in donne affette da sindrome della madre malevola che non sembrano conformarsi ai modelli diagnostici ufficiali del disturbo di tipo ASSE II. Inoltre, nessuna delle madri malevoli ha subito una condanna dal giudice per il suo comportamento.

Infine, il quarto modello individuato da Turkat descrive la sindrome come un comportamento che non sembra derivare da un altro disturbo mentale in particolare. Nella maggior parti dei casi, nei soggetti che rispondono ai modelli comportamentali della sindrome, non si riscontrano – come invece sarebbe facile presupporre – disturbi prima di affrontare la separazione o il divorzio. Infatti si tratta di soggetti che non hanno ricevuto una diagnosi o cure precedenti per disturbi mentali.
Nel valutare la Sindrome della madre malevola nei casi di divorzio è importante notare che molti dei suddetti casi clinici sembrano essersi verificati in soggetti che non avevano ricevuto una diagnosi o cure precedenti per disturbi mentali. Anzi, una madre che aveva un comportamento estremamente malevolo nei confronti del marito, in fase di divorzio ha presentato molti testimoni, specialisti di salute mentale, che hanno asserito che non soffriva di alcun tipo di disturbo mentale.
Sotto l’aspetto clinico le famiglie in cui si manifesta la sindrome sono soggette a gravi episodi di stress e angoscia. Tuttavia non vi è chiarezza scientifica su come curare il fenomeno. Questa è particolarmente compromessa dal fatto che molti dei soggetti che sembrano conformarsi ai modelli diagnostici proposti negano che vi sia in loro qualcosa di anomalo.
Un’ulteriore difficoltà è causata dal fatto che molti terapeuti non sono consapevoli di questo schema di comportamento malevolo. Così vi sono terapeuti che vengono ingannati nel trattare questi casi e, come è stato osservato prima, testimoniano in tribunale che non vi è niente di anomalo nel comportamento della madre coinvolta.
Sotto l’aspetto legale ci sono avvocati che possono, involontariamente, incoraggiare questo tipo di comportamento. D’altro canto vi sono anche avvocati che incoraggiano intenzionalmente questo comportamento in quanto ne ricavano un tornaconto che è legato alla durata dell’azione legale. In altre parole, più è complesso il processo, maggiore è il profitto per l’avvocato. Tuttavia, anche per quei legali per cui ciò può valere, vi è un momento in cui il profitto diminuisce. Inoltre, a prescindere da considerazioni economiche, molti di coloro che hanno a che fare con i tribunali che giudicano le cause che coinvolgono la famiglia, trovano che questi casi sono affrontati in modo non corretto.

Il giorno 12 dicembre 2011 il Tribunale di Roma ha sanzionato con la condanna al risarcimento del danno per la lesione sofferta dal padre del “diritto alla genitorialità”, riconoscendo l’esistenza in concreto della sofferenza nascente dall’essere stati privati della possibilità di accompagnare il percorso di crescita del proprio figlio.

 

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