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L’OGGETTO MEDIATORE NELLE ARTI TERAPIE
Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze / loggetto mediatore nelle arti terapie

Per comprendere il ruolo e il significato dell’oggetto mediatore nelle Arti Terapie, dobbiamo fare riferimento alle prime fasi di vita del bambino e alla sua relazione con la madre. Alla nascita egli vive in uno stato fusionale totale con la realtà esterna e dipende completamente dalle cure materne. Per il bambino che non percepisce un mondo esterno a sé e quindi non riconosce la madre come esterna a sé, se stesso e la madre sono inizialmente la stessa cosa. Nei primi mesi di vita si sviluppa progressivamente il processo di separazione-individuazione in base al quale, dall’iniziale fusione si va gradualmente costituendo il senso del sé e dell’autonomia.

 

Lentamente, il bambino crea un involucro indipendente attraverso una serie di passaggi che comprendono un dialogo tonico tra lui e la madre in cui la forma, l’ampiezza  e il ritmo dei gesti del neonato si vanno regolando sulle risposte materne. La madre rispecchia per esempio i versetti emessi dal bambino e i suoi gesti e nel fare questo crea dei contenitori sonori e gestuali che permettono al bambino di percepirsi come separato e di acquisire quindi l’esperienza del me e del non me.

In questo percorso si colloca quella che lo psicanalista inglese Donald Winnicott ha definito “fase transizionale”: uno stadio che precede la separazione del non me dal me e indica, quindi, la transizione del bambino dallo stato di fusione allo stato in cui sente di essere in rapporto con l’esterno, come qualcosa di separato. È, perciò, la fase in cui viene costruito un ponte tra soggettività e realtà oggettiva.

Per la facilitazione di questo processo il bambino fa uso di qualcosa che appartiene al mondo esterno, ciò che Winnicott ha chiamato oggetto transizionale”, che può essere l’angolo di una coperta, una parola, una ninna nanna, il cui uso è di fondamentale importanza per rassicurare il bambino nell’angoscia di separazione.

Il primo oggetto transizionale nella relazione madre-bambino è il seno della madre. Inizialmente, il bambino crede di essere il creatore del seno e la madre lo asseconda in questa illusione. In seguito, lo disillude progressivamente, dimostrandogli che il seno non è sotto il suo controllo onnipotente ma che appartiene a lei e questo, a poco, a poco, porta all’accettazione della realtà della separazione.

Il seno, per Winnicott, è allo stesso tempo della madre e del bambino, del dentro e del fuori, fantasmatico e reale. Infatti, il paradosso dell’oggetto transizionale è che esso è contemporaneamente reale e illusorio.

Il lavoro creativo del bambino consiste nell’integrare questi due aspetti, senza viverli come un paradosso. Anche il gioco rientra nel processo graduale di simbolizzazione di cui viene rivestito l’oggetto. Infatti quando il bambino è più grande l’angoscia della separazione viene colmata con il gioco creativo e con l’uso di simboli. Lo psicanalista considera le esperienze creative e culturali come esperienze transizionali; lo spazio dove può prendere forma l’originalità dell’adulto e dove ha inizio la trasformazione creativa dell’ambiente. Nella vita adulta quest’area neutra e intermedia tra il soggettivo e l’oggettivo viene sperimentata attraverso l’arte, in cui può comparire l’atto creativo.

La creatività, per Winnicott, non consiste nel produrre lavori artistici ma è costituita dal modo in cui la persona incontra ed elabora il mondo esterno. L’impulso creativo è presente nella stessa maniera, egli afferma, nel bambino ritardato che è contento di respirare, come nell’architetto che sa cosa desidera costruire. Questa zona neutra, che Winnicott chiama “spazio potenziale” è il filo rosso che lega il gioco infantile all’esperienza culturale.

In un interessante articolo sulla relazione tra gli oggetti transizionali e l’attività creativa, lo psicanalista americano Arnold Modell mette in luce i meccanismi propri dell’attività creativa a partire dalle caratteristiche dell’arte paleolitica.

Egli sottolinea come gli artisti paleolitici abbiano utilizzato, per la creazione delle proprie opere, le possibilità offerte dalla configurazione geologica naturale delle pareti, delle volte e del pavimento della caverna. In particolare, nelle grotte di Altamira sono stati ritrovati dipinti che rappresentano bisonti in varie posizioni. Nei dipinti è stata utilizzata la conformazione naturale delle grotte: le protuberanze e le cavità rocciose sono state  trasformate in animali e dove le parti del corpo mancavano l’artista ha aggiunto  la pittura colorata, completando l’immagine. È come se la caverna, cioè la natura stessa, e l’artista avessero lavorato insieme.

In questa compenetrazione, Modell rintraccia la prima relazione creativa del bambino con l’ambiente, rappresentata dall’oggetto transizionale dove l’aspetto reale della natura viene rivestito dal significato dell’immagine dipinta.

Nel processo creativo, infatti, vi è una prima fase di contatto con l’oggetto, che viene caricato di proiezioni e in tal modo diventa parte del mondo interno e contemporaneamente assume un valore simbolico.  Segue una fase di uso dell’oggetto e cioè di accettazione della sua realtà, del fatto che è qualcosa di separato dotato di una vita indipendente.

Nell’uso artistico della configurazione delle caverne, il fatto che l’opera non sia una realizzazione completamente nuova ma la trasformazione di qualcosa che già esiste, suggerisce che un elemento essenziale della creatività sia l’accettazione di ciò  che è fuori da sé. Secondo Modell, se l’artista non accetta ciò che è fuori da sé, si assiste al fallimento della creatività e al lato regressivo del fenomeno transizionale. La creatività matura implica infatti la capacità di riconoscere e accettare il contributo dell’esterno e degli altri.

La creatività non può mai essere annullata del tutto, anche nei casi più estremi e problematici, tuttavia può rimanere nascosta e inespressa. Questa considerazione introduce il ruolo dell’oggetto mediatore nelle Arti Terapie che si occupano di intervenire in ambiti educativi, riabilitativi, terapeutici e formativi, proprio attraverso l’attivazione o riattivazione del canale creativo. Quando parliamo di oggetti mediatori intendiamo sia oggetti reali e concreti, sia molteplici elementi che non sono oggetti fisici ma fungono da mediatori tra realtà interna ed esterna, come possono essere il suono, la voce, il ritmo, la danza, le storie e primo fra tutti il corpo stesso, che è il primo fondamentale canale di mediazione tra interno ed esterno. Gli oggetti mediatori hanno una qualità simbolica, sono prolungamenti del sé e quindi esprimono la realtà interna attraverso una proiezione ma portano anche il sé a compiere  adattamenti, cambiamenti e trasformazioni, attraverso l’incontro con le caratteristiche proprie dell’oggetto stesso. Nelle Arti Terapie gli oggetti mediatori possono assolvere a diverse funzioni:

– una funzione psicomotoria, quando l’oggetto è utilizzato per stimolare percezioni e diventa un ausilio per sentire sensazioni, per esplorare movimenti poco esplorati e quindi per arricchire il proprio vocabolario psicomotorio;

– una funzione transizionale quando l’oggetto mediatore aiuta la persona a esprimere il proprio mondo simbolico e a creare un rapporto con l’altro da sé;

– una funzione relazionale, prima di tutto con se stessi perché permette di osservarsi in modo mediato e di accedere a contenuti emotivi, oltrepassando la barriera delle difese, poi con l’altro e con il gruppo perché facilita e media il contatto: lo facilita per creare una relazione, lo media quando il contatto diretto sarebbe troppo forte.

Un oggetto mediatore può assolvere  a tutte queste funzioni in base alla consegna, alla proposta di lavoro e al contesto. Prendiamo l’esempio di un lungo elastico da sartoria: questo può avere una funzione psicomotoria quando viene usato per sperimentare le possibilità di allungamento del corpo in tutte le direzioni, l’estensione e l’ampliamento dei confini personali; una funzione transizionale quando viene utilizzato come simbolo del legame e della relazione rappresentando, per esempio, il cordone ombelicale; una funzione relazionale con se stessi quando permette alla persona di sperimentare insieme alle posizioni di apertura e di chiusura anche il proprio bisogno di protezione e raccoglimento o, viceversa, di espansione ed estroversione; una funzione  di facilitazione e mediazione con l’altro e con il gruppo permettendo l’oggettivazione, l’esplorazione e la costruzione delle varie possibilità di rapporto, accorciando e allungando le distanze.

Ancora nel caso della creazione di un oggetto o di un disegno, per esempio, l’oggetto mediatore può avere:

– una funzione trasformativa, quando la persona creando un prodotto, lo mostra all’esterno e poi riceve un feedback che la conduce a effettuare un qualche cambiamento;

– una funzione riparatrice quando aiuta, per esempio, a elaborare un lutto attraverso la rappresentazione dell’oggetto perduto e delle emozioni a esso legate;

– una funzione sintetica quando vengono messe in gioco forze opposte e conflittuali e attraverso il lavoro creativo queste parti possono dialogare e confrontarsi fino a trovare una soluzione e a volte un’integrazione;

–       una funzione contenitrice quando l’oggetto mediatore aiuta a passare da una massa caotica di sentimenti a una forma. A volte l’oggetto aiuta a contenere sentimenti troppo intensi e può diventare compito del terapeuta rafforzare il contenimento, per esempio nel suggerire di fare una cornice a un disegno che il paziente ha prodotto.

Infine l’oggetto mediatore  nelle Arti Terapie completa la sua funzione quando è possibile accomiatarsi da esso perché il suo valore simbolico è stato incorporato e la persona non ne ha più bisogno, perché può riconoscere come proprie le emozioni e i significati proiettati sull’oggetto e si può quindi separare da esso.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

BELFIORE M., COLLI L.M., Dall’esprimere al comunicare, Pitagora Editrice, Bologna, 1998

 

MODELL A.H. “The Transitional Object and the Creative Act”, Psychoanalytic Quarterly, 1970

 

MONTANARELLA L., Il ruolo dell’oggetto mediatore nelle sedute di Danzamovimentoterapia, Scuola di Danzamovimentoterapia Espressiva e Psicodinamica, Genova 2003-2006

 

WINNICOTT D.W., Gioco e realtà, Armando Editore, Roma , 1993

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