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La mela avvelenata di Biancaneve e la costituzione dell’identità femminile: lettura psicoanalitica dalla metafora al simbolo
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La mela avvelenata di Biancaneve e la costituzione dell’identità femminile: lettura psicoanalitica dalla metafora al simbolo

Un racconto, costruito per l’infanzia, come quello della fiaba, indaga attraverso una storia molto semplice, una serie di passaggi di vita; attraverso dei simboli che oggi affronteremo insieme. Le fiabe, come i miti, insegnano a superare ostacoli e a come non perdersi nelle prove della vita, e allo stesso tempo, si ripetono sin dalla notte dei tempi.

Le fiabe portano nei loro racconti numerosi simboli ed oggi ne andremo ad individuare alcuni che meglio rappresentano il nostro tema principale: la costituzione dell’identità femminile.

Per indagare sul rapporto madre-figlia e figlia-madre ho scelto la fiaba di Biancaneve che espone il tema della gelosia e dell’invidia che la madre ha nei confronti della figlia che cresce. Questa fiaba attraversa il tema edipico, che si ritrova con molta facilità nel mondo delle fiabe ma, a differenza di Edipo, la fiaba trova soluzioni creative e aiuta a credere che attraverso il coraggio, il distacco, la lotta e l’amore si possa diventare se stessi e crescere in maniera autentica.

Il rapporto madre-figlia

La fiaba di Biancaneve affronta il tema dell’adolescente abbandonata: una versione di questa fiaba è quella in cui la matrigna incarica il padre/cacciatore di uccidere la figlia. Credo che molti di noi per molto tempo non si siano resi mai conto della crudeltà di alcune fiabe, ma se pensiamo alle più note, troviamo questi temi ovunque, da Cenerentola, alla Bella addormentata nel bosco, a Cappuccetto Rosso, tutte bambine che devono compiere il passaggio da adolescenti a donne passando attraverso un femminile ostativo, castrante e violento.

In ogni caso, la madre sembra essere “sufficientemente buona”, per citare Winnicott, fino agli anni dell’adolescenza, cioè fino al momento in cui la figlia non inizia a sviluppare la sua femminilità.

L’inizio della fiaba mette l’accento sul momento in cui la ragazza inizia a mostrare la propria bellezza e quindi anche la propria sessualità: “C’era una volta una bella principessa che aveva i capelli neri come l’ebano, la bocca rossa come una rosa e la carnagione bianca come la neve”. Inizia così per l’adolescente l’apparizione della capacità di seduzione finalizzata alla conquista sessuale e all’espressione della femminilità e del piacere. E’ evidente che fino a quando la bambina resta tale e non si sviluppa nelle sue potenzialità adulte, rimane fortemente dipendente e non costituisce nessun pericolo per il narcisismo della madre: “Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame? Sei tu la più bella del reame, rispose lo specchio.”

Quando però la figlia inizia a staccarsi ed a esprimere la sua personalità la madre si sente minacciata ed esce fuori la parte di sé matrigna.

“Specchio specchio delle mie brame, Chi e’ la più cattiva del reame?

La matrigna non solo si trova a svolgere delle funzioni e dei compiti materni, ma non è altro che un aspetto della madre.

Matrigna è un nome che ha una sua provenienza nel nostro immaginario, deriva soprattutto dalle fiabe. La matrigna è una figura separata dalla madre, viene scissa nettamente dal ruolo materno tradizionale e viene personificata in una figura femminile, alternativa alla madre, portatrice di istanze oscure nei confronti dei figli.

L’esempio trattato nell’incontro di oggi, riguarda la nota matrigna di Biancaneve, quella che le dà la mela avvelenata: il nutrimento-veleno non è che il lato oscuro e abissale del materno: “quod me nutrit me destruit”.

La matrigna è perciò fin da subito una rivale, presentata come una donna fondamentalmente narcisista ed egoista che non vuole lasciare spazio alla figlia “ereditata” dal proprio uomo.

Soprattutto non vuole lasciarle lo spazio perché possa esprimere la sua femminilità, vuole mantenere lo scettro, vuole occupare l’intera scena. Vuole essere l’unica donna. Questione tutta femminile e anche molto attuale perché le donne, siano esse madri o matrigne, non vogliono invecchiare e, soprattutto, nelle famiglie contemporanee tra la madre e la figlia c’è oggi un rapporto molto simmetrico e poco distanziato che può sicuramente mostrarsi velenoso.

La madre matrigna ha anche un’altra faccia, quella quando i riflettori sono spenti e si è fuori dalle scene: qui emerge il reale della matrigna, colei che deve sempre fare i conti con un “meno”, con un posto che, fin dall’inizio, parte in difetto rispetto alla prole, un posto vuoto tutto da costruire avendo come compagna la solitudine.

La matrigna è, per antonomasia, l’incarnazione della “femme pauvre”.

Questo termine è il modo in cui nella psicoanalisi viene designato il posto della donna in opposizione a quello della madre: la madre è colei che ha, in primo luogo i figli e tutta una serie di privilegi che le derivano da questo, la donna è invece colei che non ha e che deve imparare a fare col suo non-avere. La matrigna, in questa dimensione la vediamo più collocata sul lato dell’essere donna che dell’essere madre.

Nella misura in cui la madre pretende di essere dio e quindi rifiuta anche lei di essere dipendente dalla natura una volta divenuta madre, sente dentro di sé quell’ombra e quell’oscurità che appartengono alla sua parte matrigna. La madre una volta divenuta tale immagina, attraverso la gravidanza, di aver riempito quel buco atavico che si porta con sé, credendosi immortale, dopo poco tutto torna come prima e rabbia illusione/delusione fanno scattare dentro di lei un detonatore.

A volte, quando nella coppia non c’è una buona intesa non si è trovato un modo alternativo per essere creative per se stesse e i figli prendono il volo, la madre può inciampare sulla sindrome del nido vuoto e creare voragini distruttive intorno a sé.

Esiste da sempre la contrapposizione madre-donna.

La matrigna era colei che prendeva il posto della madre quando la madre era morta. C’è dunque qualcosa che su questo tema indica una contrapposizione altrettanto forte: o “madre” o “matrigna”, l’una non poteva coesistere con l’altra e se l’altra appariva sulla scena, era perché la madre non c’era più.

Ci vogliono più donne per costruire una donna, ci vogliono diversi modelli di femminilità come accadeva un tempo nelle famiglie dove zie, cugine, nonne, erano tutte figure che permettevano a una ragazza di identificarsi in diversi tratti che incarnavano la variabilità del femminile.

Le fiabe da sempre hanno raccontato queste tematiche a dimostrazione che queste dinamiche psicologiche erano molto chiare sin dall’antichità; in effetti si tratta di sentimenti che pur creando grandi disagi e grandi sofferenze spingono comunque la persona a crescere e a diventare adulta; proprio nella relazione ambivalente che si crea tra la madre e la figlia adolescente fa si che quest’ultima senta maggiormente il bisogno di distaccarsi e di esprimere l’aggressività che rimane l’aspetto fondamentale per potersi staccare dalla simbiosi con la madre e con la famiglia d’origine, indirizzando le energie altrove alla ricerca di un proprio percorso di crescita individuale. Sia l’uomo che la donna vengono spinti da un maschile che è in loro ad abbandonare il rapporto originario e a cercare la via verso l’Io e la coscienza.

E, comunque, arriva sempre il momento in cui la figlia non si specchia più nello sguardo della madre e ha necessità di reperire altre identificazioni. È proprio allora che comincia le sue vicissitudini di donna e forse non è un caso che solo a partire da quel momento vede nella propria madre anche il volto di una matrigna, cioè di una madre che non corrisponde all’ideale che aveva costruito da bambina. Ciò che poco prima era ricoperto dalla funzione dell’ideale e ispirava la tenerezza, l’attaccamento, d’un tratto le parole della madre assumono per la figlia un suono insopportabile. Che la madre sia sempre un po’ matrigna lo dice proprio il forte legame di ambivalenza madre-figlia: “catastrofe” la definiva Freud, devastazione, rimproveri, la faccia della matrigna fa sempre capolino dietro quella della madre per rinforzare il fatto che l’ambivalenza fa parte dei legami femminili.

È chiaro che il narcisismo ferito della madre non passa solo attraverso il processo di invecchiamento naturale che lei ha ma che non accetta, bensì attraverso un valore personale. La madre si sente a disagio nei confronti del valore femminile nei confronti della figlia se non ha costruito nel tempo un suo valore personale come donna, e tutto questo non passa inosservato neanche davanti al partner/padre della figlia. Se la donna instaura una sana distanza tra lei e i figli, il valore di tutti i componenti sarà di qualità anche perché la donna madre si realizza anche nell’incontro col desiderio dell’uomo, quindi col desiderio sessuato.

Il desiderio sessuato bonifica quegli aspetti del femminile che rimangono selvaggi, recalcitranti rispetto al simbolico, perché la donna vi sfugge in quanto la sua natura è toccata da un fuori-misura cioè è non-tutta riassorbita e riassorbibile nella misura.

È nella distanza e nell’assenza che l’amore per la madre si può incontrare. Solo perdendo la madre la puoi rincontrare.

La madre, la figlia, la donna custodiscono ciascuna nel proprio intimo un silenzio, perché nessuna può rispondere  per l’altra all’interrogativo su che cosa vuole una donna, ma ciascuna partendo dai suoi enigmi può accogliere il “nuovo”.

È evidente come il tutto possa partire da un rapporto infantile non soddisfatto. Parte il tutto da una mancanza e da una dimensione umana limitante. Se l’altro ha qualcosa che io non ho (gioiello) io posso dire che ne ho diritto, se gli altri non ce l’hanno allora faccio fatica a dirne che ne ho diritto.

Il rapporto figlia-madre

Biancaneve attraverso il rapporto con la natura ci illustra che: la funzione di dipendenza non è quella della madre che è limitata ma quella della natura. La natura è gratuita non chiede nulla in cambio genera la vita e ciclo vitale, è la generosità senza limiti.

La madre in quanto essere umano porta in sé molti limiti ma invece di esserne consapevole usa il suo ruolo per vendicarsi: “io ti ho fatto io ti distruggo, maledetto il giorno in cui sei nato, come ti ho dato così ti tolgo, quello che ho fatto per te, come ti amo io non ti ama nessuno …”

La funzione di dipendenza è un principio vitale dell’essere umano e come tale va mantenuto, l’aspetto distorto che una dipendenza può creare va però tenuto presente.

Nel rapporto madre-figlia il rapporto di dipendenza che si può instaurare non è sempre fruttuoso.

Biancaneve viene abbandonata nel bosco, il bosco simboleggia i pericoli dell’inconscio e delle pulsioni che la ragazza sente premere dall’esterno, ma grazie a questo abbandono, a questo dolore che non viene visto come un nemico della vita ma che addirittura diventa una risorsa potente, senza la quale non si può andare verso la trasformazione.

Il bosco è anche la natura, la vita, l’alternativa alla matrigna che vuole catturare Biancaneve: meglio entrare nei meandri della natura, della vita, delle profondità e rischiare di diventare adulti o rimanere legati ai rapporti con la famiglia di origine, dove molto spesso il legame è a doppio nodo?

Un’alternativa possibile al matriarcato e a questo stato di cose sono i rapporti sociali e i rapporti di sorellanza, i sette nani simboleggiano anche il rapporto con l’esterno, il lavoro, la tecnica, fase in cui Biancaneve ha dei doveri e dei compiti.

La figlia se non istaura attraverso la madre e le figure femminili di riferimento un femminile armonico cresce con una scissione interna della propria sessualità: o Maria vergine o Maddalena.  Il sesso diviso in due opposti o nella subordinazione all’obbedienza (santificazione) o la sessualità finalizzato a un marketing. Sei buona ma fessa e se ti rifiuti di essere buona sei o una diavola o malata (a volte corrispondono nell’immaginario collettivo).

Nella cultura occidentale la posizione del corpo è stata per secoli quella di fungere da discrimine tra l’amore sacro e l’amore profano: nel primo caso esso era di ostacolo,andava mortificato o trasceso, nel secondo esso poteva essere, nei migliore dei casi sede della propagazione della

specie o altrimenti fonte di peccato. Freud ha cercato di definire, attraverso il concetto di genitalità un rapporto d’amore laico che appianasse il dislivello tra queste due modalità, partendo dalla relazione più arcaica del bambino con la madre e dalla contrapposizione, rivelata dalla sua esperienza clinica, tra la tenerezza e la sensualità. Causa dei conflitti interiori dell’uomo adulto sembrava infatti essere l’incapacità di mettere insieme l’immagine della donna ideale e della prostituta.[1]

Osserva Jung: «L’erotismo è per sua natura ambiguo e lo sarà sempre (…) esso appartiene da un lato all’originaria natura animale dell’uomo, la quale sopravvivrà fin quando l’uomo avrà un corpo animale; dall’altro l’erotismo è apparentato con le forme più alte dello spirito: ma fiorisce soltanto quando spirito e pulsione trovano il giusto accordo»[2].

Prendiamo un esempio antropologico saliente delle terre salentine: la Taranta.

La Taranta, come la sessualità, supera i limiti della non rappresentabilità. Il sesso femminile come osceno e irrappresentabile, l’unica rappresentazione era rimandata, prima di allora, ai “Misteri Eleusini” delle Baccanti.

Sangue, erotismo, ebrezza, follia, solo così la sessualità femminile poteva rappresentarsi.

Esattamente come oggi continua a rappresentarsi nelle pratiche emo-suggestive e neurolettiche delle droghe, ubriachezza nei “pub”, nell’abuso di farmaci.

Tutto questo riporta a un tentativo di elaborare la stessa identità ancestrale, onirica, uterina di un soggetto incompleto, incapace di sottrarsi ai poteri suggestivi e con-fusionali della madre e di “dio”.

Il tarantismo invece è una manifestazione in cui l’oscenità della sessualità femminile affiora nel rappresentabile, nel godibile, nel condivisibile e ovviamente nel commerciale, perché questa forma di espressione conserva inalterati i caratteri dionisiaci della tradizione: la mano, la taranta, il pelo e il veleno rappresentano i soliti rimedi simbolici del sesso femminile e dell’autoerotismo, la convulsione orgasmica e la follia.

La scissione tra materia e rispecchiamento narcisistico ideale porta alla scissione tra le funzioni di identità e di identificazione. In questa misura la fidanzata Lois Lane scinde tra Clark Kent e Superman non sapendo che sono la stessa persona.

La mela avvelenata

La mela avvelenata ci rimanda alla questione dell’inquinamento e del rifiuto, cioè la modalità di tossicità con cui noi stiamo avvelenando la nostra esistenza, deriva da questo accumulo di aggressività per il non riconoscimento del ruolo generazionale dei figli da parte della pretesa materna di essere dio, cioè, di riconoscere alla figlia pari diritto di procreare al pari della madre.

Infatti l’intento della regina non è quello di uccidere Biancaneve, altrimenti l’avrebbe fatto in un colpo solo ma quello di bloccarne la crescita, tenerla tutta per sé, farla restare bambina. Ma questo è impossibile perché non si possono bloccare gli impulsi, la madre non può, anche se ci prova, bloccare la figlia in quanto la figlia appartiene alla vita. La mela simboleggia la maturità sessuale e la nascita di una coscienza differente.

La mela avvelenata che la strega/madre fa mangiare a Biancaneve/figlia come atto di trasformazione ed entrata nel dolore, nel sonno profondo, nell’attesa che la coscienza si risvegli.

La mela avvelenata è l’entrata nel dolore, nell’aggressività e nella lotta da parte della figlia che. per liberarsi delle catene e dal rapporto ambivalente con la madre. dovrà percorrere un cammino interiore.

Biancaneve mangia la parte rossa della mela quasi a significare il suo passaggio da bambina a donna attraverso il sangue, la ferita, “il diventare donna” attraverso le mestruazioni.

La trasformazione da figlia a donna

La fiaba ci fa vedere che il dolore non è morte ma una fase di gestazione e di trasformazione interna in cui la donna passa dall’essere infantile e dipendente all’essere adulta, fase in cui si prepara alla relazione con la sua parte maschile che in questo caso è rappresentata dal senso di realtà.

Tutte le funzioni di identificazione non possono derivare dalla madre in quanto la madre occupa la centralità del ruolo di identità in quanto nasciamo da un corpo di donna.

Mentre l’identificazione ha necessità di uno scarto della differenza, non ci può essere identificazione dove c’è identità se non per uno scarto, per un distinguersi, per un separarsi.

Non c’è originalità se non come differenza dall’origine.

Il differenziarsi dall’origine crea distacco e inizialmente dolore, le difficoltà che affronta Biancaneve indicano le fasi della crescita contraddistinte dal dolore che queste comportano; proprio il dolore utilizzato come forza creativa e non come masochismo non permette la stagnazione e il blocco nei vari stadi di crescita.

La figlia, nel suo divenire donna, necessita del nutrimento e del nettare della vita che passa anche attraverso il nutrimento dei genitori ma, questo, non è l’unico anche se risulta essenziale nei primi anni di crescita.

La figlia per diventare donna adulta deve poter assumersi il suo potere sano, la sua responsabilità nel mondo. Abbandonando le pretese per ciò che non ha ricevuto dalla madre o dai genitori. La figlia per diventare donna adulta deve smettere di inseguire l’uomo e imitare i suoi pseudo valori, avendo lei in se stessa i massimi valori della Vita. Se la donna si sentirà piena di suo, cesserà di rincorrere e manipolare, lamentarsi, servire e asservire.

Di contro, l’uomo deve sensibilizzarsi alla preziosità della donna e al suo principio femminile presente anche in lui, mettendo la lucidità, la forza e il coraggio del principio maschile a servizio e a promozione del puro principio femminile, di cui individua e canalizza le potenzialità.

Il principe, l’Io maturo, obbliga la psiche femminile al risveglio e all’individuazione. Questo accade quando i conflitti dell’adolescenza cedono il posto alla donna Sofia.

Parlando della figura di Sofia, Neumann dice: “Come madre-spirito essa non è la Grande Madre dello stadio elementare, eminentemente interessata al lattante, al bambino e all’uomo immaturo, che perciò rimane fissata a questi stadi; al contrario in quanto dea della totalità che governa la trasformazione dallo stadio elementare sino allo stadio spirituale, desidera uomini che esplorino la vita in tutti i suoi aspetti, dalla fase elementare sino alla trasformazione spirituale.” [3]

L’essere donna è una realtà complessa, che ondeggia sempre tra un pieno e un vuoto, tra la luce e il buio, tra la terra madre e la luna figlia. L’essere donna è vuoto e pieno in un unico corpo, è viadotto di vita, eterno divenire, è amore e morte, accoglienza e rifiuto, Maria e Maddalena. È compito della donna fondere questi opposti e crearne armonia creativa.

In quanto sorgente dell’essere il principio femminile è anche maternità, di cui quella biologica è una delle tante possibili. Pertanto la donna è madre perché è donna (cioè portatrice del principio femminile); non è donna perché è madre. Ella è generatrice perché il suo principio femminile è in se stesso generosità.

Se la donna ha introiettato il suo principio femminile, lei può essere madre in tanti modi; mentre se è madre biologica ma non ha un femminile sano dentro di sé, lei non sarà né una buona madre né una donna realizzata: il mondo è pieno di queste madri non donne.”[4]

Se comprenderemo insieme questi aspetti abbandonando le lotte di potere attraverso la sopraffazione di qualcuno su molti, la guida non sarà estorta con prepotenza e forza ma sarà affidata a chi ha più cuore; la vita non sarà più una lotta per avere ma una cooperazione per essere: essere insieme, essere tutti, essere grati alla Vita perché essa stessa è gratuità.



[1] S. Freud, « Sulla universale degradazione della vita amorosa» (1912), in Opere 1904-1912, Torino, Boringhieri, p. 421.

[2] C. G. Jung, « Psicologia dell’inconscio » (1944), in Due testi di psicologia analitica, Opere vol. 7, Torino, Boringhieri, 1983, p. 28.

[3] Neumann E, La Grande Madre, p. 327, Astrolabio, Roma, 1981

[4] Chimienti E, da uno studio di Emanuele Chimienti, La Vita è Donna: il principio femminile in azione, Lecce, 2008

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