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Il processo creativo nel quadro della autoconservazione umana
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Il processo creativo nel quadro della autoconservazione umana

Salvador Dalì era da molti considerato un paranoico; un giorno fece questa auto-ironica considerazione: “devo essere l’unico della mia specie che ha dominato e trasformato in potenza creativa, gloria e giubilo una infermità mentale tanto grave”.

L’attitudine creativa, tra alienante ed auto-referenziale.
Colgo questo spunto per muovere una riflessione: E’ vero che talvolta l’uomo di genio, il creativo puro, produce follia, ma è altrettanto vero che la sua stessa follia può produrre l’uomo, ovvero “ri-produrre la sua intima essenza”.

Ciò che il senso comune chiama pazzia, ciò che la scienza chiama psicosi dell’artista, è spesso un impulso soggettivo a reiterare le proprie forme divergenti di adattamento alla realtà. Per questo, a mio avviso, possiamo considerare il gesto creativo-compulsivo come modalità di un copione di vita, che, a suo modo e senso, si innesta sul piano evolutivo della autoconservazione umana. L’attitudine creativa, tra alienante ed auto-referenziale. La creatività estrema, gratificata dalla sospensione del giudizio, non è che un “nodo esistenziale”, che lega la sofferenza di un soggetto dis-adattato alla sua espressione artistica, autopoietica, e questa alla costruzione dell’identità soggettiva, entro la realtà oggettuale.La mia ultima “rilettura” delle monografie su S. Dalì, di alcuni testi analitico-critici sull’artista e la sua opera, fanno seguito al mio recente viaggio presso il Teatro- museo di Figueres. E’ così che ho avuto una più chiara intuizione del senso in cui Salvador Dalì si rende emblematico di una creatività folle, tanto quanto di una lucida consapevolezza della propria condizione umana. Egli è un individuo dalla mente fervida che, creando, si pone in una posizione di assoluta divergenza rispetto ad una collettività più ordinaria, che invece rappresenta la “norma di contrasto” a quella sua eccezionalità. Non a caso, il museo di Figueres è teatro, luogo simbolico della teatralità della vita. Rispettando la funzione dell’artista, siamo invitati a riflettere sul fatto che egli non si pone, sostanzialmente, ad una distanza incolmabile rispetto al resto della società; il suo estro dà semplicemente risalto e significazione a particolari aspetti della percezione umana e della produttività che l’accompagna. L’esempio di Dalì mostra la capacità di riprodurre, attraverso le forme dell’arte, quella che oggi consideriamo l’essenza antropologica di ogni essere umano: restituire forme e funzioni del proprio vissuto, per renderle compatibili col flusso della vita. L’attitudine di rielaborare in modo creativo le proprie esperienze, non è che una ulteriore modalità per conservare intatto il seme della vitalità sommersa che rende possibile il perpetuarsi della specie umana: ciò avviene sotto l’aspetto di quella forma di evoluzione, oggi scarsamente incoraggiata, che è, appunto, l’evoluzione creatrice. L’evoluzione dell’uomo, non intesa solo sul piano biologico, ma sotto il profilo esistenziale, è fatta di parole, di elaborazioni mentali, di miti, di riti e soprattutto di opere autopoietiche, atte a riprodurre la natura antropologica di ogni essere umano. In ogni caso, l’uomo è il narratore di sé stesso, l’eroe delle fiabe dentro le quali va costruendo il senso della propria realtà. Quando un artista crea, quando un uomo apparentemente comune scopre il proprio estro artistico e sceglie di coltivarlo, quando l’uomo di genio fa un’invenzione, coloro che fruiscono del suo genio, sono portati a domandarsi se la libera espressione di sé sia soltanto un modo per esternare una forma di originalità, di eccentricità, di follia, di alienazione, ascrivendo l’autore ad una tipologia di individui anomali ed evitabili, ovvero confinandolo entro una sfera di “umanità parallela” e pressochè inaccessibile. Vi sono teorie, come quella di Rudolf Steiner , secondo le quali l’apprendimento degli strumenti artistici favorisce l’equilibrio della persona; ciò può essere ampiamente condiviso, ma domandiamoci pure: che tipo di equilibrio può essere questo, se veramente lo è? Scopriremo che, nella complessa teoria di Steiner, il concetto di equilibrio assume un valore opposto a quello, artificialmente inteso, della “sedazione di un trambusto emotivo” . Qual’è dunque il senso dell’equilibrio che un creativo estremo potrebbe augurarsi nel suo rapporto estemporaneo con la realtà ordinaria? Tentiamo di porci dal suo punto di vista, scegliendo una prospettiva acritica ed, in questo caso, olistica. Non è difficile convincersi che quel mondo di emozioni gratifica talmente tanto il creativo puro, da volere mantenerne il tenore come proprio stile di vita e come prezioso alimento della propria continuità esistenziale. Vi sono casi in cui l’estro artistico è molto accentuato, dilagante e persino pervasivo, per il soggetto agente, tanto da riversarsi in tutte le sue attività. Pensiamo non solo a Dalì, ma anche ad altri artisti come A. Gaudì, Van Gogh, Alda Merini, che hanno fatto dell’arte un “investimento sulla propria vita”, e non certo in termini economici. In questi casi, ci si può domandare se l’esprimersi dell’arte, o dell’inventiva, attraverso modalità che “rompono gli schemi”, sia il sintomo di una presunta “necessità di guarigione” attribuita al soggetto, oppure se, nel processo creativo medesimo, sia insito il seme rigeneratore che ripristina il processo di individuazione del soggetto, nel suo farsi azione ed opera. La domanda che oggi ci poniamo, sostanzialmente, è questa: Se la libera espressione del proprio estro sia, dall’artista, così ampiamente tollerata, da rappresentare una dimensione di vita persino “rassicurante”, cioè tale da conservare la necessaria tensione di un individuo verso il protrarsi di un’esistenza che egli non sa vivere altrimenti. Secondo l’analisi di Jaspers, Van Gogh raggiunse l’apice della propria creatività e gratificazione artistica, quando la sua psicosi, anziché altalenante e depressiva, divenne stabile; egli ci fa comprendere che le migliori opere dell’artista sono forse dovute alla sua lucida follia, allo stesso modo di una illuminante visione interiore. Jaspers evidenzia una particolare attenzione verso il processo creativo, piuttosto che il prodotto artistico, richiamandoci alla sottile ermeneutica di Steiner, cioè la distinzione tra germe ed immagine, sinonimi di appartenenza dell’uomo a due regni, terreno e divino. L’Antroposofia steineriana insegna infatti che l’esperienza artistica riconduce l’essere umano alle leggi primordiali della creazione, in modo che, attraverso questo processo, egli le riviva in sè. In questo senso, la produzione creativa è vista come un archètipo, cioè una dotazione originaria ed universalmente condivisa dagli uomini: dotazione che, a mio modesto parere, viene oggi vissuta a livelli sempre più diversificati di consapevolezza e di competenza, anche a motivo di un processo di produzione tecnologica, in rapida progressione, che anestetizza le peculiarità del talento artistico, tradizionalmente inteso. Il concetto di un processo archètipico dell’identità umana, similmente a quello steineriano dell’anima umana, è stato, come si sa, ampiamente studiato da Jung. Volendo affrontare, da un punto di vista più contestuale, il problema di una attitudine creativa da intendersi meno come fenomeno alienante, che come processo auto-referenziale, possiamo avvalerci della teoria della Gestalt dalla quale è stato probabilmente coniato il termine di “adattamento creativo”, legato alla necessità umana di integrare il bisogno sociale di condivisione delle norme con il bisogno individuale di originalità e differenziazione. Questo punto di vista rientra in quell’orizzonte antropologico, che si coniuga in modo imprevedibile con la realtà esistenziale. La capacità artistica non appartiene esclusivamente a personalità eccezionali, né tanto meno nevrotiche; al contrario essa, ai diversi livelli sopra enunciati, caratterizza l’adattamento spontaneo del nostro “essere in relazione”, e dunque le fluttuazioni del modus vivendi e le motivazioni implicite ad ogni approccio sociale. Da qui consegue la deduzione che le relazioni umane sono intrinsecamente creative ed auto-regolantesi.

La perla che nasce dal difetto della conchiglia
Seguendo a suo modo la corrente freudiana, Jaspers si occupa con un certo interesse del rapporto tra la follia ed il genio. Nel tentativo di trovare un nesso di causalità tra la malattia mentale e la capacità creativa di un soggetto dotato di genio, egli giunse ad affermare che “lo spirito creativo dell’artista può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dal difetto della conchiglia”. Facendo riferimento al proprio studio sulle “fasi artistiche” di Van Gogh, egli osserva che, con l’avanzare dello stato patologico del soggetto, anche il suo stile artistico si va modificando in modo piuttosto evidente. Tale asserzione può farci riflettere sul fatto che un individuo che noi consideriamo un “creativo”, anche in virtù della sua propensione alla stravaganza ed alla divergenza di pensiero, si va nutrendo del proprio caos interno. Vale a dire che un individuo intrinsecamente creativo e dotato di talento geniale, sembra non essere motivato a sfuggire questo caos, ma piuttosto ad accoglierlo, come se il proprio “caos interno” fosse da lui percepito come tale, ovvero dualisticamente, sia pure come pungolo di disagio esistenziale, ma più che altro come la dimensione autentica del proprio vivere. Con la sua opera ”Psicologia delle visioni del mondo” Jaspers sembra minimizzare la distinzione tra malattia mentale e salute, perchè ciò che appare più importante, da un punto di vista fenomenologico, è il rapporto tra l’individuo ed il suo mondo. Sullo sfondo di un piano esistenziale a priori, si staglia la possibilità di infinite variazioni, da cui dipendono sia la salute che l’alienazione di un essere umano. È ovvio che “… La schizofrenia non può essere creativa senza la conquista di una tecnica pittorica, senza una completa padronanza artistica come quella che Van Gogh acquisì in quasi dieci anni di lavoro… La follia non gli porterà nemmeno niente di assolutamente nuovo, ma sosterrà forze già esistenti. Essa fa nascere dal telos originario qualcosa che altrimenti non avrebbe visto la luce”. Mi sia consentito parafrasare questo nobile concetto, con l’affermare, riguardo a quella tipologia di soggetto, che “la sua capacità di immersione nel proprio caos è, probabilmente, quell’x-factor” che caratterizza il suo genio, tanto quanto la sua follia, che lo rende vivo come persona, dandogli spunti ed occasioni per trasformare, insieme alla propria visione interna, il mondo esterno. La perla che nasce dal difetto della conchiglia è una perla identitaria, comunque rispettabile, nella prospettiva della autoconservazione umana, dal punto di vista tanto dell’evoluzione, quanto dei suoi salti qualitativi”.

La creatività secondo Damasio
Il prodotto artistico ha spesso la funzione di una metafora visiva. Come una fiaba, esso può rivelare interessanti risvolti della psiche, può assumere un tono catartico, e può persino assumere un valore etico. A questo punto, com’è possibile sciogliere il nodo esistenziale che lega l’espressione creativa alla sofferenza, e questa alla costruzione di identità soggettiva? . Vorrei ricorrere ad una recente tesi, sul valore e la funzione delle emozioni per il perpetuarsi della vita. La creatività produce uno stato emozionale profondo e, come si rileva anche dai pregevoli studi di A. Damasio, il meccanismo delle emozioni concorre alla regolazione dei processi di conservazione della vita stessa: è detto meccanismo omeodinamico, perchè garantisce la stabilità interna dell’organismo umano. “Emozioni e sentimenti fanno parte dei meccanismi preposti alla regolazione dei processi vitali. Le emozioni, (sono quel)le componenti del processo che rimangono private, esibite nel teatro del corpo. Costruite a partire da semplici reazioni, automatiche, senza ragionamento, (esse) promuovono la sopravvivenza dell’organismo e pertanto si conservano nell’evoluzione (in qualità di) meccanismi omeodinamici: “Reperimento fonti di energia, incorporazione e trasformazione di quell’energia, conservazione di un equilibrio chimico interno compatibile con la vita, conservazione della struttura dell’organismo mediante riparazione dei danni, difesa da agenti esterni”.

Conclusioni
Molti individui di eccezionale talento trascorrono la propria esistenza in uno stato di “confinamento emozionale” ed esistenziale, che li pone all’estremo margine di un’umanità definita ordinaria, solo nel senso che essa è tale rispetto alla notazione di una personalità stra-ordinaria; il fenomeno si rende osservabile, non soltanto da un punto di vista antropologico, ma anche sul piano umano e relazionale. Specialmente nella società attuale, le Scienze dell’uomo si preoccupano, più o meno palesemente, di sciogliere quel nodo esistenziale che lega l’espressione creativa alla sofferenza, e questa alla costruzione dell’identità soggettiva. Ciò che avviene nelle terapie dell’arte trae sostanza dalle risorse umane e, riversandosi nelle prassi dell’integrazione sociale, costituisce un irrinunciabile antidoto per entrambe. Sul filo di questa considerazione, ed in base alla mia modesta esperienza nel settore, posso affermare che l’Arte-terapia attuale costituisce un ponte che, pur diversificandosi per ambiti arte-terapeutici, esige una ri-qualificazione, rispetto a necessità e bisogni antropologici più profondi, intorno a cui converge il processo di individuazione dell’uomo, nell’arco della vita. Tra questi, maslowiani, bisogni primari, anch’essi soggetti ad un imperscrutabile piano evolutivo delle specie viventi, non possiamo che includere le “moderne priorità”, quali l’auto-rappresentazione, la comunicazione, l’autostima, l’integrazione produttiva del singolo nella società. La società medesima si pone in una condizione di attesa, in quanto la tensione umana creata dalle diversità rientra nell’immaginario collettivo: anch’esso è paradigma antropologico, atto a reintegrare quelle forme spurie di esistenza, che non sono affatto deprecabili, bensì apprezzabili, in ragione di una comune appartenenza al genere umano, del quale non ci è dato stabilire necessità e confini assoluti. I bisogni antropologici dell’essere umano, quelli detti e quelli indicibili, vengono “rivissuti dal singolo soggetto” secondo specifiche ed irripetibili modalità, non soltanto in qualità di artista, ma anche in qualità di “ermeneuta” del proprio processo creativo, delle sue possibilità di adattamento, nonchè del proprio modo peculiare di rapportarsi col mondo. Mi è sembrato opportuno dare il mio modesto contributo sulla funzione attuale dell’arte-terapeuta, medico e non, sul versante dell’approccio esistenziale alla persona, piuttosto che su quello della terapia strictu sensu, riferendo tale funzione alla figura di un “Care-giver”, ovvero colui che della persona si prende cura in senso olistico, facendosi carico delle sue problematiche antropologiche, personali, interpersonali, trans personali, in modo contestuale e non invasivo. Il Caregiver, arte-terapeuta, promuove la terapia, in un senso autoreferenziale per il cliente, allo stesso modo in cui il procedimento dell’arte lo può essere per l’artista che lo sceglie, ovvero come processo interno e mai come sistema applicato dall’esterno: in tal senso l’Arte-terapia può agire efficacemente sul ristrutturarsi di componenti endogene. La terapia dell’arte mobilita le emozioni ed i sentimenti: di esse il Caregiver arte-terapeuta si rende mediatore empatico, allo stesso modo di un traghettatore di anime: non perchè da un lato vi sia la vita e dall’altro la morte, ma perchè la morte è parte integrante della dinamica dei viventi, e spesso si manifesta come una “eclisse dell’uomo” rispetto alla realtà ordinaria. Il processo creativo pone l’uomo nelle condizioni di rigenerarsi, nella continua ricerca di una chiave d’accesso a quella terra di confine, che rende ogni umano un essere irripetibile, e sostanzialmente sacro, sul piano di ogni possibile esistenza.

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