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Il disagio psicologico che passa attraverso l’obesità: la storia di Maria
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Il disagio psicologico che passa attraverso l’obesità: la storia di Maria

Maria ha 14 anni è nel pieno del suo sviluppo psicofisico, il suo corpo sta cambiando insieme ai suoi bisogni di giovane adolescente. Nel giro di poco tempo ingrassa in modo spropositato proprio mentre la sua femminilità cerca di sbocciare. Più si vede donna e più ingrassa, più cerca un contatto con i suoi coetanei e più il suo corpo sembra remargli contro. Maria si spaventa  ma non se ne accorge, sente solo una forte rabbia che rivolge verso di sé mangiando tutto quello che trova. La storia di  Maria può diventare la storia di molti adolescenti e di adulti poi, che avranno a che fare con disturbi dell’alimentazione, del sovrappeso o dell’obesità, dove il corpo rappresenta solo l’ultimo anello, il risultato finale,

per così dire, di una lunga catena di comportamenti e di atteggiamenti che si influenzano a vicenda. Da un esame superficiale notiamo che all’inizio di questa catena c’è un impulso molto forte a mangiare, che scatena l’attacco di fame, ma questa fame che nome ha? Tutto il pane del mondo non sazierà mai la fame di Maria, perché ciò che lei cerca non è dato dal cibo ma dal simbolo che questo porta. Vediamo da dove parte tutto ciò? Le radici dei disturbi alimentari sono comuni e affondano nelle primissime fasi dell’alimentazione, nell’appagamento del bisogno che il neonato vuole. Cosa può fare un bambino con pochi mesi di vita se non ottiene una risposta adeguata alle proprie esigenze di nutrimento, di protezione, di calore e sicurezza? Può di certo attivare le attenzioni della madre, ma se anche queste falliscono, non gli resta che rassegnarsi cercando di limitare i propri bisogni. Ciò che scaturisce da tale rassegnazione, e che si amplifica, come spesso accade, in età preadolescenziale e adolescenziale è la sensazione di non aver ricevuto abbastanza, di averci rimesso. Winnicott, noto pediatra e psicoanalista inglese, a proposito di un rapporto sano madre/figlio nei primissimi mesi di vita ci dice questo: “La madre guarda il bambino che tiene in braccio, il piccolo guarda la madre in volto e vi si ritrova….a patto che la madre guardi davvero quell’esserino indifeso nella sua unicità, e non osservi invece le proprie attese e paure, i progetti che imbastisce per il figlio, che proietta su di lui. In questo caso il bambino nel volto della madre non troverà se stesso, ma le esigenze della madre. Rimarrà allora senza specchio e continuerà a cercare quello sguardo”. Ma andiamo ancora un passo indietro. Perché una madre non è attenta ai bisogni del proprio figlio? Perché il figlio, ad esempio è  arrivato in un momento storico per la famiglia molto difficile, oppure era inatteso, oppure i genitori volevano un maschio a tutti i costi ed è arrivata una femmina o viceversa. Oppure non lo desideravano, erano troppo giovani o troppo anziani, o la madre una volta nato il bambino viene lasciata sola dall’uomo o dalla società. Molti possono essere i fattori scatenanti che portano una madre a non accogliere completamente il figlio nei propri bisogni primari, dove per bisogno primario si intendono anche tutte quelle attenzioni amorevoli che passano attraverso un alimentazione che segue i bisogni e i tempi del figlio. I ragazzi che soffrono di obesità non hanno ricevuto necessariamente troppo poco, il più delle volte il cibo, la protezione o l’accettazione non sono stati dati quando venivano richiesti, ma quando l’adulto riteneva fosse giusto concederli.  Il neonato non possiede il concetto di tempo, agisce in base al principio dell’ “ora o mai più”. Questo modello di comportamento è facilmente riscontrabile tra adulti che soffrono di disturbi dell’alimentazione: essi hanno una limitata capacità di sopportare le frustrazioni, provano avidità, ingordigia, e hanno la tendenza a creare delle forti dipendenze nei rapporti d’amicizia e d’amore. Costoro credono di non poter mai ricevere abbastanza e soprattutto nel momento in cui lo desiderano. Questa loro avidità riguarda tuttavia solo le persone più intime a loro; esteriormente queste persone appaiono per lo più forti, superiori, competenti. Ma cosa vivono profondamente gli adolescenti con disturbi dell’alimentazione? Il dolore di essere stati realmente rifiutati. I ragazzi che divorano il cibo, anche passivamente davanti alla tv,  vogliono lanciare a noi adulti un messaggio molto chiaro: “Non mi avete amato quindi non mi amo!” Questi ragazzi non riescono a formulare delle richieste vere e proprie, a volte le loro richieste passano attraverso delle pretese, nello stesso tempo non riescono a dire di no, a ciò che non è buono per loro perché hanno paura, a loro volta, di essere rifiutati quindi di rimanere soli. Ciò che negli anni ho visto sui volti di questi ragazzi lavorando nelle scuole, è un grande,sincero oggettivo dolore. Il ragazzo o la ragazza obesa allontana il coetaneo attraverso la sua grossezza, mette una distanza perché è certo di essere rifiutato, quindi si protegge per primo attraverso la massa corporea, anche se in cuor suo desidererebbe molto il contatto, la vicinanza in quanto è ciò che gli è mancato maggiormente. Meglio tenersi a distanza dagli altri ma soprattutto dai propri sentimenti. Con il bisogno spasmodico di mangiare vengono messe a tacere le emozioni che si provano e questo è certamente più sicuro che lasciarsi andare o peggio ancora essere trascinati. Questo ci porta a riassumere che il bambino che non si è sentito accolto dal padre o dalla madre potrà  non aver voglia di vivere se non viene guardato, come se Maria dicesse: “Mamma, papà rivolgete il vostro sguardo su di me in modo tale che io posso vivere”. Per sopravvivere questo bambino cercherà lo sguardo degli altri: potrà essere magrissimo o obeso, visto che la persona che esce dalla norma attira lo sguardo altrui. Questo bisogno di essere visti può essere totalmente inconscio; molti bambini che si sono sentiti abbandonati o rifiutati hanno poi, sviluppato in adolescenza, per l’obesità anche in età adulta, disturbi collegati all’alimentazione. Ma qual’era il vissuto di Maria e perché era diventata grossa, proprio durante il passaggio da bimba a donna?
Maria era una bambina che era stata rifiutata come femmina dai genitori. La madre di Maria  non accettava la propria di femminilità e questo suo rifiuto di essere donna l’aveva trasmesso in pieno alla figlia. Maria quindi conosceva bene il rifiuto e per paura di essere rifiutata a sua volta dai  coetanei li allontanava con la sua obesità. Il grasso era la barriera tra lei e l’altro. Maria aveva due possibilità: quella di scegliere di essere vista per tutta la vita attraverso la sua grossezza e la sua avidità, insieme al  fatto di non essere mai  compresa quando e come voleva lei
OPPURE
di essere e guidata da un adulto attraverso un cammino di crescita personale che l’aiutava a vedere il dolore che viveva attraverso il rifiuto ricevuto. Proprio quel dolore, una volta elaborato, era diventato quella forza creatrice e motrice che le permetteva di essere più sensibile, più attenta, più consapevole del valore della vita e della salute, non solo fisica. Maria oggi ha scelto la seconda possibilità, ha fatto pace con la sua di femminilità e con il suo corpo, è mamma insieme al suo compagno, di una bellissima bambina alla quale già trasmette la gioia di essere donna. Maria in questo modo ha detto Sì alla Vita, perché ha compreso attraverso quel dolore che il rifiuto di sua madre non è stato il rifiuto della vita. Questo non vedere il rifiuto come l’unica cosa ricevuta  dalla vita le ha permesso anche di perdonare sua madre. La vita l’ha voluta e lei le ha detto Sì! E la madre di Maria? Lei ha compreso che in quel momento storico della sua vita non avrebbe potuto fare altrimenti, la cultura patriarcale di allora le aveva insegnato che essere uomini o comportarsi come loro portava maggiori vantaggi. Ha sciolto anche lei il dolore che portava in sé, ha imparato ad amare l’uomo in tutte le sue parti  e si è fatta un dono: si è Per-Donata, chiedendo poi perdono anche a Maria. Queste due donne, madre e figlia, hanno conosciuto gli occhi grigi della malinconia, della depressione e di un corpo martoriato dal dolore, ma dicendo Sì alla Vita sono riuscite a godere di tutti i colori dell’arcobaleno.

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