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I volti dell’aggressività: approcci, teorie e neurofisiologia del comportamento aggressivo-criminale
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I volti dell’aggressività: approcci, teorie e neurofisiologia del comportamento aggressivo-criminale

Il comportamento aggressivo ha da sempre interessato gli studiosi impegnati nelle aree più disparate che spaziano dalla criminologia alla sociologia, dalla filosofia alla storia, dalla psicologia alla neurofisiologia, dalla genetica alla neurobiologia. Ad esempio, la crudeltà dell’essere umano nei confronti dei propri simili è stata spesso argomento di saggi filosofici, così come le guerre hanno sempre rappresentato oggetto di enorme interesse per gli storici. Il crimine, una delle manifestazioni di maggior rilievo del comportamento aggressivo e violento, si colloca ai primi posti tra i temi trattati dalla letteratura, dalla stampa, dalla televisione e dal cinema.

Il comportamento aggressivo è caratterizzato dalla tendenza all’aggressione, vale a dire al compimento di qualsiasi azione il cui intento, conscio od inconscio, è quello di offendere, danneggiare o distruggere persone (comprese sé stessi), animali o cose. Ho parlato di intento conscio od inconscio perché molti atti offensivi e distruttivi avvengono senza la consapevole volontà di compierli. Possiamo citare come esempi gli incidenti in auto, in casa o sul lavoro che, pur rappresentando casi frequenti di mortalità, non sono ovviamente considerati risultati di aggressioni volontarie, come pure l’inquinamento ambientale che è dannoso, ma non è provocato con intenzioni distruttive. Bisogna, però, a questo punto, introdurre il concetto di motivazione inconscia. Si scopre di frequente, ad esempio, che molti incidenti non sono del tutto accidentali ma sono il risultato del desiderio inconscio che un individuo ha di danneggiare altri o sé stessi. L’aggressività può anche mascherarsi sotto le spoglie di fattori come la preoccupazione per il bene della vittima, il controllo sociale, la disciplina. E’ importante, inoltre, distinguere tra azioni aggressive motivate dall’ira e quelle determinate da cause diverse. Se prendiamo in considerazione uno dei maggiori atti offensivi, come il delitto, esso può essere causato non solo da reazioni emotive di ira, ma anche da motivi diversi: lo scassinatore che, dopo essersi introdotto in un appartamento per rubare, s’imbatte nel padrone di casa e lo uccide, non aveva probabilmente l’intenzione di farlo, così come il soldato che in guerra uccide il nemico, raramente prova collera nei suoi confronti. Sebbene siano stati proposti diversi modelli per classificare l’aggressività, le linee teoriche ed empiriche convergenti hanno suggerito una suddivisione della stessa in tre categorie principali:

  1. Aggressività strumentali
  2. Aggressività affettiva
  3. Aggressività predatoria

La violenza strumentale nasce dal desiderio di possedere qualcosa, come il denaro o la proprietà di qualcun altro, senza che si abbia come intento quello di far soffrire la vittima. Questa forma di violenza è ravvisabile, ad esempio nelle rapine. Secondo un’ottica che combina la Teoria dell’apprendimento, con l’approccio della Psicologia Evoluzionistica, è possibile ipotizzare che l’aggressività strumentale sia determinata da propositi tattici volti al raggiungimento di obiettivi, come lo status sociale o il denaro, e che si tratti di un comportamento appreso che presuppone di solito un’analisi cosciente e calcolata da parte del soggetto. La violenza espressiva, invece, definita anche ostile, è dettata dalla rabbia o dall’ostilità nei confronti della vittima e ha come obiettivo quello di farla soffrire. Per esempio, alcuni studi condotti su colpevoli di incendi hanno stabilito una classificazione di tali reati in incendi diretti alla persona o diretti agli oggetti, ed espressivi o strumentali, dimostrando un’associazione tra queste categorie e le caratteristiche del colpevole: solitamente l’incendio diretto a colpire una persona è commesso da individui con problemi psichiatrici, con un background criminale o antisociale; gli incendi con modalità strumentale diretti agli oggetti sono solitamente associati ad individui con backgruond criminale; infine, gli incendi diretti ad oggetti con modalità espressiva sono tipici di adolescenti. La terza forma di aggressività che viene definita predatoria  è pianificati, propositiva ed espletata senza coinvolgimento delle emozioni. Gli atti aggressivi di tipo predatorio tendono ad essere regolati, controllati e pianificati; presentano una mancanza di affettività e normalmente sono diretti verso persone estranee e chi li compie. Esempi di questo tipo possono essere rintracciati tra alcuni omicidi seriali, violenze sessuali seriali, ma anche quelle di gruppo.

Gli studi sull’aggressività hanno prodotto una varietà di approcci teorici – da una parte le spiegazioni biologiche e dall’altra quelle psicologiche-, che possono essere viste complementari piuttosto che come alternative. Tra le spiegazioni biologiche troviamo la prospettiva etologica che si basa su uno studio comparato fra mondo animale e mondo umano. Secondo Lorenz, per esempio, l’organismo produce continuamente un’energia aggressiva che si manifesta in un comportamento aggressivo quando la quantità di energia accumulata dall’organismo non può essere più contenuta, oppure quando diventano troppo forti gli stimoli esterni. Più è bassa l’energia interna, più forti devono essere gli stimoli esterni, e viceversa, per provocare una risposta aggressiva. Una delle critiche che viene rivolta all’applicazione della teoria di Lorenz al comportamento umano sta nel fatto che negli esseri umani una volta scaricata l’energia interna la spinta all’aggressione non si esaurisce fino a quando non viene ribadito un livello sufficiente di energia: gli uomini, infatti, possono mettere in atto una serie di comportamenti aggressivi in successione, che solitamente scatenano nuove reazioni aggressive piuttosto che tendere a sopprimerle. Secondo la prospettiva della sociobiologia, che applica la teoria evolutiva alla spiegazione del comportamento sociale, il comportamento aggressivo è da considerare adattativo, ovvero è un comportamento che aumenta la possibilità di sopravvivenza della specie. Per esempio, i maschi aggressivi prevalgono su quelli meno aggressivi per la conquista delle femmine nell’accoppiamento e, quindi hanno maggiori possibilità di trasmettere i propri geni, aggressivi, alla nuova generazione. Questo meccanismo evolutivo spiegherebbe il comportamento di stupro negli uomini come una scelta da parte di coloro che altrimenti  avrebbero scarse possibilità di riprodursi attraverso relazioni sessuali consensuali. In realtà, questo approccio non tiene conto del fatto che questo meccanismo è mediato da fattori culturali: in merito al loro peso nel determinare il comportamento aggressivo il dibattito psicologico e biologico è tutt’ora  aperto. Secondo la prospettiva della genetica del comportamento, il linea con la sociobiologia, l’aggressività è codificata nel nostro patrimonio genetico. Studi condotti su gemelli omozigoti e su bambini adottati portano alla conclusione che sia i fattori genetici che quelli ambientali svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo del comportamento aggressivo.

Da questo modello si è poi sviluppato un approccio più completo che tiene conto della valutazione cognitiva come mediatore. Con la teoria del neoassociazionismo cognitivo Berkoviz  ha osservato che solo quando la frustrazione suscita emozioni negative si trasforma in aggressività. Una situazione di questo tipo genera un iniziale stato negativo indifferenziato che può portare a due reazioni impulsive: il combattimento o la fuga. Questi due stati emotivi di base vengono poi elaborati in stati più complessi attraverso una valutazione cognitiva della situazione, dei suoi esiti potenziali, dei ricordi ed esperienze simili e delle norme sociali legate alle espressione delle emozioni. Quindi il fatto che un individuo reagisca aggressivamente ad una situazione dipende da come questa viene interpretata dal soggetto.

Sempre su questa linea l’approccio sociocognitvo prevede che il comportamento aggressivo sia controllato da script acquisiti durante i primi processi di socializzazione. Essi sono strutture di conoscenza acquisiti attraverso l’esperienza contenenti gli aspetti caratteristici di una situazione, le aspettative circa il comportamento dei partecipanti e le conseguenze dei diversi comportamenti, per esempio, se un bambino ha assistito ripetutamente a conflitti irrisolti con l’uso della violenza, svilupperà uno script in cui conflitto e violenza sono strettamente connessi e l’applicherà nella vita quotidiana.

Secondo la teoria dell’apprendimento il comportamento aggressivo non è una tendenza innata nell’uomo poiché gli script vengono acquisiti nell’infanzia attraverso processi di condizionamento strumentale, ovvero di apprendimento attraverso rinforzi e punizioni, e di modellamento, cioè attraverso l’esposizione al modello. Il recente approccio sociointerazionista descrive le azioni coercitive, che possono essere la minaccia o la punizione fisica, come frutto di un processo decisionale.

La maggior parte di noi è affetta, senza accorgersene, da una sorta di piccola psicopatologia sociale collettiva, quella di un’aggressività pret-à-poter, cioè sempre pronta, fruibile in ogni occasione. Ci sono varie forme di aggressività:

  • aggressività premeditata: quella in base alla quale decido, domani di compiere un gesto ostile, negativo, nei confronti di una persona verso cui nutro un profondo risentimento
  • aggressività impulsiva, che sfugge dl tutto al nostro controllo, e che scaturisce da un gesto rapido, improvviso che il cervello non riesce a soffocare, tradendo una nostra incapacità di trattenerci dal compiere determinate azioni;
  • aggressività passiva, che ci porta a ignorare chi ci sta di fronte, a non riconoscerlo come individuo, facendo finta che per noi non esiste.

Chi detta legge nel nostro cervello, chi tiene banco per esprimere o inibire la rabbia, è quello che potremmo definire il “circuito della rabbia”, e cioè la corteccia prefrontale, l’amigdala e l’ipotalamo, e altri centri nervosi.

La corteccia prefrontale è una zona del nostro cervello che svolge un po’ il ruolo di tutor interno, il garante, supervisore del nostro comportamento. Ha il delicato compito, come un attento guardiano, di tenere a freno, inibire la rabbia, l’aggressività e la moltitudine di tutti gli impulsi. La corteccia prefrontale è anche la sede dove vengono prese, pianificate le decisioni più opportune. In questa zona abitano saggezza, prudenza, razionalità, esperienza e in quel senso il discernimento necessario per riflettere, valutare, ponderare le conseguenze delle nostre azioni e decisioni. In questo contesto l’amigdala gioca un ruolo centrale perché rappresenta il principale “sponsor” sostenitore della rabbia. All’amigdala si oppone, esercitando una funzione di controllo, di freno, la corteccia prefrontale, che agisce come una sorta di “tutor biologico”, in quanto cerca di ostacolare, impedire gli impulsi, i gesti e le azioni improvvise che emergono nei vari contesti e conflitti. L’amigdala è in sostanza una sorta di aggregato, raggruppamento di neuroni che abita nel cosiddetto “sistema limbico”, un circuito all’interno del cervello predisposto a realizzare le principali emozioni espresse dall’essere umano ed è specializzata in questioni istintivo-emotive. Essa è raggiunta da stimoli di diversa natura, che vengono  rapidamente analizzati, valutati in concerto con altri centri nervosi per decidere quale dovrà essere le risposta più congrua, opportuna da dare.

In quel momento vengono contemporaneamente interpellati, in una sorte di “consiglio di guerra”, la corteccia prefrontale, l’amigdala e l’ipotalamo, che detengono un po’ la leadership del nostro cervello. Quando arriva lo stimolo, tra i primi ad essere consultata è la corteccia prefrontale, in quanto costituisce la parte più saggia e ragionevole, che è in possesso di una maggiore esperienza, e quindi invoca prudenza. L’obiettivo finale è quello di raggiungere un compromesso vantaggioso fra le tre componenti del nostro cervello e concordare tra loro la risposta migliore a qualcosa che suscitato una certa attenzione o paura.

Stimolando l’area limbica, all’interno della quale si trova appunto l’amigdala, si sollecitano anche i neuroni che compongono questo centro nervoso, provocando così reazioni di aggressività e di rabbia a catena, che si propagano senza motivo, ai danni di chi si trova presente in quel momento. Ma che cosa determina la perdita di controllo, a livello del cervello, tanto da scatenare crisi di rabbia?

Si verifica una sorte di “corto circuito”, di cattiva comunicazione tra la corteccia prefrontale, la parte del nostro cervello preposta a controllare, mediare, e l’amigdala, la parte controllata, che ha invece una spiccata attitudine, propensione all’attacco, all’azione. Spesso a prevalere è proprio quest’ultima, con il risultato che ad imporsi nel nostro comportamento è la componente più istintiva, impulsiva, con conseguenze spesso dannose e negative per noi e per gli altri, perché si spalancano le porte della violenza. Molti studi attribuiscono la causa di un’eccessiva aggressività a un ormone, il testosterone, ma tuttavia non è solo questo, ma anche altre sostanze già presenti nel nostro cervello, che hanno la funzione di realizzare i comportamenti aggressivi. Si tratta di quei neurotrasmettitori come l’acetilicolina, la dopamina e la noradrenalina che, in modo diverso, facilitano la comparsa di comportamenti come la rabbia, l’impulso e la violenza, spesso associati alla reazione aggressiva. Alle “truppe” dell’aggressività così dispiegate si oppone soprattutto la serotonina, che cerca di far valere il suo ruolo di contrappeso biologico, contrastando i gesti e le azioni più impulsive, violente, tentando di impedire ai centri nervosi più bellicosi del nostro cervello di scendere facilmente sul piede di guerra. Chi compie atti criminali è mosso da un’aggressività premeditata o impulsiva, espressione di una perdita di controllo dei propri istinti e delle proprie emozioni. Ciò può condurre, per esempio,a uno smodato desiderio sessuale che, se non adeguatamente bloccato, inibito, determina un comportamento che conduce inevitabilmente a uno stupro, a una violenza sessuale. La “bussola” biologica che orienta i criminali violenti, quelli che si macchiano dei reati peggiori, è anche quella di disporre nel loro organismo di alto tasso di testosterone, che gli spinge a compiere qualsiasi cosa, senza pensarci due volte perché in preda ad una tempesta ormonale, che in quei momenti non risparmia niente e nessuno.

Studi recenti del 2007 effettuati attraverso la Risonanza Magnetica Funzionale, che studia il consumo di ossigeno da parte di alcune aree cerebrali durante lo svolgimento di compiti, mostrano la larga differenza nei determinati campi analizzati, attraverso un confronto tra l’attività metabolica di alcuni soggetti di controllo e quella di due soggetti già incriminati per gravi crimini seriali a sfondo sessuale.

 L’esperimento consisteva nel mostrare al soggetto alcune immagini raffiguranti oggetti concreti (ad esempio un paio di forbici), altre raffiguranti figure astratte inerenti emozioni (ad esempio la gelosia) in modo da poterne rilevare la valenza emotiva attraverso lo scanner di risonanza magnetica. La differenza tra i soggetti bisogna individuarla nelle zone cerebrali opportune, risulta inutile indagare le aree visive, le aree tattili (e così via!) perché qui troveremmo gli stessi valori sia nel caso in cui osservassimo un soggetto criminale, sia nel caso in cui osservassimo un soggetto di controllo. Piuttosto, se si analizzano le immagini della RMF inerenti il lobo frontale  dell’emisfero destro, si nota che, nei criminali psicopatici studiati in questa ricerca, l’elaborazione di stimoli emotigeni di tipo astratto causa un’ iper-attivazione della corteccia prefrontale del cervello. Altra differenza si riscontra  nelle zone più profonde del nostro cervello, le zone limbiche, porzioni del cervello che governano le espressioni di comportamenti più istintuali come quelli di rabbia, di aggressività, ma anche il comportamento sessuale e quello alimentare, tutti elementi tra loro collegati in fisiologia, in anatomia, in psicologia e in criminologia. Nell’analisi delle regioni più profonde del cervello emerge qualche differenza tra soggetti criminali o psicopatici e soggetti “normali”, poiché nei primi si nota una maggiore attivazione dell’Amigdala, regione cerebrale coinvolta nel comportamento emozionale sia quando i soggetti devono decifrare ed interpretare correttamente le emozioni in ricezione, sia quando devono esprimere le proprie; è per questo che i soggetti senza amigdala sono apatici e inerti, reagiscono poco agli stimoli esterni con valenza emotiva, trattandoli come se fossero stimoli concreti senza alcuna valore emozionale (per esempio: un soggetto con amigdala ipo-funzionante alla vista di un serpente non proverà alcuna reazione fisiologica di paura, ma anzi lo toccherà e lo accarezzerà tranquillamente); contrariamente individui con iperattività dell’ amigdala mostrano un comportamento esagerato sia nella decodificazione di emozioni provenienti dall’ esterno sia nell’ espressione delle proprie emozioni. Quindi, se volessimo individuare le parti del cervello che possono avere maggiore interesse per la psicologia criminale o, più in generale, per la criminologia, indicheremo la zona prefrontale del cervello, soprattutto la parte destra e alcune regioni più profonde come l’amigdala. Un altro studio di risonanza magnetica funzionale  mostra come siano presenti delle differenze nell’elaborazione di emozioni alla vista di immagini negative, emerge che vi è un aumento di attivazione nelle regioni del cervello dei criminali psicopatici (anche questi serial-killer) rispetto a soggetti di controllo ma ciò che si evince è una maggiore attivazione della zona del cervello ritenuta  fino a pochi anni fa non in relazione con il comportamento, il “cervelletto”, zona che risulta fondamentale per il controllo del movimento ed interviene nell’ elaborazione delle emozioni e nell’ elaborazione del comportamento guidato dalle stesse.

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