+39 0832 601223 discentes@artedo.it
Meglio fuori come un balcone che dentro una prigione: Strategie alternative per il trattamento della psicosi
Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze / dicembre1

Meglio fuori come un balcone che dentro una prigione: Strategie alternative per il trattamento della psicosi

Tempo fa giunge presso il mio studio un ventenne accompagnato dalla mamma. Provo a parlare con il giovane, ma lui oppone un silenzio che mi impedisce la benché minima relazione.
Vista la situazione, faccio accomodare il ragazzo nella sala d’attesa e decido di confrontarmi con la madre. É una storia di ricoveri in diversi reparti di psichiatria con altrettanti diversificati trattamenti farmacologici, che non riescono a “portare di qua” la persona, spesso impegnata in soliloqui e comportamenti bizzarri che la fanno stare in un mondo tutto suo.
Ma la vera sorpresa ci giunge all’uscita dal colloquio.

Vediamo la mia collaboratrice e il giovane che stanno disegnando vicini l’una all’altro. La mamma rimane stupita dal fatto che il figlio si sia fatto avvicinare e coinvolgere da qualcuno. Riferisce che nessuno tra psicologi, psichiatri ed educatori ci erano riusciti prima. La mia collaboratrice senza alcuna intenzione terapeutica, ma solo spinta dal desiderio di intrattenere il ragazzo è riuscita ad aprire “un varco” relazionale là dove tanti professionisti, me compreso, avevano fallito.
Questo fatto mi ha suscitato tante domande, così sono andato a leggere le cartelle cliniche che la mamma mi aveva portato. Alla conclusione avevo ancora più domande che risposte. Perché si parla solo del disturbo e non c’è una parola sul rapporto madre-figlio? Perché non risulta nulla sulle relazioni famigliari, ma solo dettagli che descrivono gli alti e bassi dei sintomi e una sfilza di psicofarmaci somministrati? Perché la mia collaboratrice con un caffè e quattro schiribizzi è riuscita a “conquistare” il ragazzo? Cosa ha fatto di diverso dai luminari della psichiatria-psicologia e dai centri specializzati? Questo episodio può insegnarmi qualcosa per il trattamento di persone “che stanno fuori come un balcone” o forse vivono dentro una specie di prigione? Certamente si.
Se faccio controllare le gomme dell’auto, bisogna darci un’occhiata a tutte e quattro, non ad una soltanto. In ugual modo, per trattare il disagio psicotico è necessario intervenire su più componenti del nucleo famigliare e non solamente con l’individuo che manifesta il problema.
Se mettiamo assieme un gruppo di zoppi, non credo si migliorino le prestazioni podistiche. Parimenti, raggruppando in reparti o comunità persone con disagio psicotico, si corre il rischio di ampliarlo e cronicizzarlo. Se trattiamo una persona come “matta” finché ha un barlume di lucidità non offuscato dalla chimica, tenderà a difendere con le unghie e con i denti la sua “normalità” seppur sofferente, opponendosi a qualsiasi forma di trattamento atto nelle intenzioni a procurare benessere.
Queste riflessioni mi hanno condotto a realizzare un approccio alternativo rispetto a quanto offerto dal territorio per il trattamento del disagio psichiatrico. Il lavoro prevede dei “laboratori espressivo-relazionali” costruiti su misura per la persona sofferente. Partendo dagli interessi del soggetto si fanno delle attività che favoriscano un senso di gratificazione e piacere in modo da suscitare fiducia verso chi lo sta aiutando. Questo è il primo passo verso un rinnovato e più sano “ritorno alla realtà”. Mi piace chiamarla “tandem terapia” poiché la guida pedala assieme al passeggero ma all’occorrenza frena, cambia rapporti e conduce verso direzioni opportune. Nel caso del ragazzo sopra citato abbiamo notato che i suoi pensieri ed interessi sono una sorta di film romantico in cui lui vive immerso e appassionato da diverse forme d’arte come la danza, la recitazione, l’arte figurativa ecc … . Abbiamo concretizzato questi aspetti per rendere reale e vissuto un mondo altrimenti solo virtuale e delirante per il giovane. L’intervento in tandem dell’operatore con il soggetto è individuale e cadenzato da una frequenza concordata secondo le esigenze terapeutiche. Lo psicoterapeuta invece interviene attraverso colloqui con uno o più famigliari e supervisiona l’andamento dell’intervento complessivo, collaborando con lo psichiatra di riferimento.
L’idea di fondo è quella di fare come il sarto e “confezionare” una terapia su misura, rimanendo per quanto possibile a casa propria e cercando di accompagnare l’individuo verso relazioni sociali costruttive. Le attività possono avvenire in diversi posti e prevedono uscite in luoghi fruiti da tutti come negozi, siti artistici, attività culturali e ricreative. Altresì ci possono essere momenti dove le azioni terapeutiche avvengono in spazi predefiniti come casa o apposite aule. Insomma, si prende a prestito l’idea del personal trainer per applicarla nel disagio psichico.
Va specificato che il disagio sul versante psicotico non è facile da affrontare e richiede spesso tempo, pazienza e disponibilità al cambiamento. Tuttavia, a mio modo di vedere, urge la necessità di pensare e creare nuovi approcci terapeutici, in quanto quelli esistenti spesso “tolgono il disturbo” rendendo “zombi” le persone. 

Leave a comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.