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L’arte nella cura della malattia mentale
Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze / dicembre 4

L’arte nella cura della malattia mentale

Partendo dal mio ultimo articolo, in cui parlo del riduzionismo delle visioni, essendo ogni giorno più consapevole della pratica quotidiana all’interno delle comunità e osservando non solo in prima persona ma anche in seconda e in terza, e praticando osservazioni in varie prospettive in modo abituale, mi rendo conto di quanto siano riduttive le pratiche degli interventi, non solo a livello concettuale ma anche pratico, perché quasi tutte ridotte alla parte oggettivo-comportamentale di medicina e cura del sé o alla parte interoggettiva cioè all’aspetto socio-economico-assistenziale.
Tutti i progetti sembrano doversi ridurre a queste due grandi aree di intervento, e anche l’aspetto economico sembra condizionare, quasi, se non totalmente, come in una mentalità fondamentalista dell’economia, la maggior parte del pensiero e degli interventi che si attuano. Gli assi di intervento sembrano tutti ristretti a questo.

Non che non sia importante, anzi, ma non è passando da questo intervento, creduto necessario, che c’è la condizione sine qua non per passare all’asse successivo, cioè intersoggettivo e soggettivo (dove l’arte può servire come strumento di cura), ma è partendo da una visione integrale che si può già includere un’azione che comprenda più prospettive. Cioè solo partendo da una visione ampia si può intervenire sul particolare, considerandolo ancora meglio, dando ancora più importanza ad esso.
Una volta riusciti a impiantare un Sistema Operativo Integrale, ossia un tipo di pratica dove si possa creare l’abitudine di includere più prospettive, abituandosi a progettare interventi e/o vedere le situazioni in prospettiva di prima/seconda/terza persona e anche in livelli diversi, sarà più facile che l’Arte diventi uno strumento naturale per la cura della persona disagiata, e anche delle nostre stesse crisi di valore.
Detto questo, con coraggio invito tutti coloro che operano in qualunque settore, sanitario e non, ad avere voglia di adoperarsi per un cambio di visione della realtà, dove si abbia la volontà di intraprendere un percorso autocritico di crescita personale verso un’ottica di una più ampia visione, in quanto non pare solo necessaria ma, a mio avviso, fondamentale per un miglioramento globale di coscienza. Non parlo di un pluralismo relativista di metodo, ma sì di una visione dove il pluralismo stesso sia incluso in questa nuova ottica di integrazione.
Per il concetto di “Integrale” rimando al mio libro “Introduzione alla psicoterapia integrale”.

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