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Dall’orecchio alla voce: Musicoterapia e sordità
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Dall’orecchio alla voce: Musicoterapia e sordità

Da oltre un ventennio si è istituito, presso il Centro Studi “Il Manifesto Musicale” di Triggiano (BA), con la collaborazione delle unità socio-sanitarie del territorio, un laboratorio di Musicoterapia  rivolto a bambini ed adulti affetti da patologie che generano disabilità più o meno gravi.
La finalità dell’intervento musicoterapico è di fornire ad un’utenza differenziata (bambini e adulti disabili) l’uso controllato del suono, inteso come mediatore terapeutico per poter incoraggiare input comunicativi.

La musica, come è già stato dimostrato da circa un trentennio (Alvin 1986) determina importanti effetti terapeutici sia in pazienti con patologie psichiche sia in pazienti con patologie senso-percettive.
Con la seguente comunicazione scientifica si vuol evidenziare ed aiutare a comprendere come la musica possa migliorare la comunicazione in tutte le sue forme e, in particolar modo, la comunicazione dei bambini affetti da ipoacusia neurosensoriale bilaterale che beneficiano delle protesi acustiche o di impianto cocleare.
È grazie al loro impegno e al loro voler appropriarsi delle emozioni che la musica sa loro offrire (anche in un contesto clinico) che il significato della parola “ascolto” assume un valore  significativo anche per un normoudente.
Ascolto significa relazione, incontro, comunicazione.
È noto, ormai, che un danno lieve al sistema uditivo del bambino determina un ritardo nell’acquisizione naturale del linguaggio verbale, disposizione innata ed acquisita geneticamente, mentre un danno grave ne determina in tutto o in gran parte il mancato sviluppo.
Ritardare l’avvio di adeguate terapie può significare la formazione di una personalità insicura e carente nel rapporto con l’esterno.
Il bambino ipoacusico non controlla del tutto l’ambiente circostante, non attribuisce significato ai suoni e rumori che comunemente evocano eventi giornalieri (suono del telefono, voce della mamma o del papà, rumori di pentole dalla cucina che indicano il momento del pasto).
Anche un bambino protesizzato ma non inserito in un percorso di educazione all’ascolto e alla produzione di suoni rischia la solitudine, il non inserimento nella realtà, la separazione dal resto del mondo.
Qual è oggi la strada da percorrere per un adeguato recupero del bambino sordo grave o profondo?

  1. La diagnosi precoce (tra i 6 e i 12 mesi);
  2. la protesizzazione acustica tradizionale associata all’abilitazione logopedica; 
  3. l’impianto cocleare se la protesizzazione tradizionale è insufficiente allo sviluppo della comunicazione verbale;
  4. l’abilitazione logopedica specifica; 
  5. la Musicoterapia.

Ritengo opportuno evidenziare che, negli ultimi anni, molti bambini usufruiscono dell’impianto cocleare, utilizzato laddove gli audiologi del reparto Otorino ritengono che la protesi tradizionale non dia sufficienti risultati.
Che cosa è l’impianto cocleare?
È un dispositivo elettronico che stimola direttamente le fibre del nervo acustico e si compone di una parte esterna e una interna.
La parte esterna prevede un microfono posizionato dietro l’orecchio, che traduce il segnale acustico in energia elettrica, e un processore che è un micro-computer in grado di selezionare-decodificare e inviare il segnale elettrico al sistema interno, detto ricevitore/stimolatore, alloggiato in un letto osseo nella regione mastoidea. Dallo stimolatore, i segnali decodificati vengono inviati agli elettrodi sistemati nella coclea.
Gli elettrodi presenti nell’impianto stimolano la coclea in più punti dall’apice alla base,  rispondendo alla teoria tonotopica e consentendo al paziente di percepire tutte le frequenze comprese nel parlato.
La Musicoterapia si colloca nell’iter ri/abilitativo accanto alla terapia logopedica per avvicinare il bambino alle emozioni che il mondo sonoro gli offre e affascinarlo con novità sonoro-percettive. Il suono, inteso come vibrazioni, entra in “risonanza” con la musicalità del piccolo paziente e ottiene risposte da lui  attraverso continue “provocazioni” sonore.
Nell’ambito del progetto musicoterapico, il paziente impara a cogliere la differenza tra la presenza o l’assenza del suono, a coglierne le differenze, a riconoscere le fonti sonore, il significato dei suoni e dei rumori, a modulare la propria voce attraverso il canto, a trovare la giusta intonazione,  ritmo, musicalità.
Solo quando questo risultato sarà ottenuto e il bambino avrà associato finalmente sensazioni sonore al bagno di suoni, la Musica potrà essere configurata come approccio terapeutico.
Nella terapia sonora si segue una progressione di obiettivi che vanno dalla  detenzione  del suono alla discriminazione dei parametri sonori quali l’altezza, la durata, il timbro e l’intensità; si prosegue con l’ identificazione della sorgente sonora e con il riconoscimento dei timbri.  
Molta importanza assumono vocalizzi, canzoncine e filastrocche, al fine di sviluppare correttamente tutti i parametri della voce e, quindi, far acquisire al bambino una buona impostazione vocale.
L’ascolto musicale segue di pari passo la produzione dei suoni, poiché il bambino ipoacusico impara ad aver fiducia nelle proprie possibilità espressive e percettive.
La famiglia è il miglior alleato del Musicoterapista; la conoscenza che i genitori hanno del proprio bambino fornisce attendibili informazioni circa lo sviluppo e le difficoltà a cui il bambino va incontro giornalmente.
È necessario che tra la famiglia e il Musicoterapista si  crei un rapporto di fiducia e di rispetto, affinché, superata la prima fase contraddistinta dalla disperazione e dallo sconforto, gli stessi genitori possano offrire nel setting musicale un sostegno concreto e nello stesso tempo  creativo.
Suonare, cantare, condividere con i propri familiari il piacere di “fare” musica incoraggia  il bambino sordo ad avvicinarsi con tranquillità a un mondo che, in molti casi, è avaro di emozioni.
Un ringraziamento particolare lo rivolgo agli operatori del Centro Studi “Il Manifesto Musicale” che mi accompagnano quotidianamente nel lungo e difficile percorso di crescita di ogni piccolo paziente, a Simoni Simonetta, logopedista presso la U.O. di Otorino dell’Azienda Policlinico di Bari, Prof. N. Quaranta e tutta l’équipe che si occupa del problema sordità.
Insieme è possibile prodigarsi in favore di tanti bambini eccezionali in un difficile cammino che non ha la presunzione  di “normalizzare il bambino sordo”, ma che tende al  raggiungimento  di un diritto fondamentale: “essere se stessi tra gli altri”.

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