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Dal suono alla scoperta di sè: Musicoterapia e Riabilitazione in eta’ evolutiva
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Dal suono alla scoperta di sè: Musicoterapia e Riabilitazione in eta’ evolutiva

Relazione presentata al V Congresso Annuale sulle Arti Terapie “la Corporeità della Mente” – Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce, 20, 21 e 22 Dicembre 2007

Quadro clinico
Alessandro è un bambino che ha sofferto di una ischemia sopraggiunta a fine gravidanza con conseguente lesione cerebrale nella sostanza bianca. All’età di quattro anni, quando io lo incontro, presenta il seguente quadro cognitivo-comportamentale: non si rileva memoria motoria o percettiva; mostra delle stereotipie; non parla ma emette qualche lallazione: “ma”, “pa”, “da”; non si organizza da solo; mostra deficit dell’attenzione; ha i singoli movimenti ma non li coordina; apprende ma con tempi molto lunghi e con continui rinforzi; probabilmente ha una buona ricezione del messaggio ma manca la risposta.

Sul piano affettivo-relazionale: riconosce i genitori ma non ha strutturato alcun rapporto affettivo con loro; regredisce in contesti socializzanti; non ha strutturato alcun rapporto coi compagni di classe; non sostiene lo sguardo; non formula richieste dirette.
Dunque Alessandro presenta un ritardo cognitivo accompagnato da una forte inibizione relazionale, di tipo autistico.
Alessandro dall’età dei due anni ha iniziato dei trattamenti di logopedia e psicomotricità che appaiono centrati sugli aspetti cognitivi e comportamentali. Io decido di trattarlo sul piano relazionale al fine di destrutturare le difese di tipo autistico che mi sembrano di impedimento a qualsiasi altro progresso. I genitori concordano sull’opportunità di un trattamento di tipo diverso rispetto agli altri così da arricchire il ventaglio degli interventi riabilitativi per il figlio.
La mia personale ipotesi è che Alessandro alla nascita, deficitario di strumenti cognitivi adeguati e di una sufficiente stimolazione, non sia riuscito ad entrare in rapporto col mondo esterno rimanendo incistito nell’utero materno.
Il percorso di musicoterapia di fatto si svolgerà come una successione di tappe evolutive.

L’approdo alla musicoterapia
I genitori di Alessandro si sono avvicinati alla musicoterapia poiché hanno osservato che il bambino era attirato dalla musica. Ascoltava i suoni del carillon e le melodie eseguite dal padre alla chitarra, purché fossero ad una sola voce, ossia costituite da note singole: le armonie gli facevano scuotere la testa ed interveniva spostando la mano del padre  dallo strumento. Altri suoni che lo infastidivano erano i rumori del trapano, del rasoio e il pianto del fratello. Il rumore preferito su tutti era l’acqua.
Il linguaggio verbale: dai fonemi “primari” alle parole
I suoni primari sono nella mia accezione suoni ancora non articolati, suoni che si formano nelle parti retrostanti del palato e della bocca: gutturali, nasali. Potremmo definirli suoni non ancora sbilanciati in avanti, non del tutto “estroversi”. Utilizzando questi suoni ho potuto agganciare Alessandro sul piano del linguaggio verbale. Durante questa fase di terapia ho utilizzato suoni simili ai suoi anche per struttura, cioè prevalentemente sillabici, come accade nelle fasi evolutive della lallazione. Con questi suoni abbiamo potuto liberamente giocare: Alessandro ha potuto utilizzare il linguaggio verbale senza la necessità che portasse un messaggio, ma sperimentandone il gradimento e l’intrinseca funzione empatica….

La condivisione dello spazio: il setting
Alessandro ha poi cominciato timidamente a ricercare un contatto fisico. L’impressione è stata che iniziasse ad avere una consapevolezza della mia presenza dietro lo strumento musicale. Ha anche manifestato il bisogno di conoscere lo spazio del setting utilizzando il battente per battere lungo tutto il perimetro di questo spazio: dai pavimenti alle mura, dagli infissi a noi stessi.Questo spazio si è configurato come metafora di uno spazio interiore ed è stato necessario contenerlo e sostenerlo in questa esperienza. Spesso dopo qualche pausa estiva o festiva Alessandro si è riappropriato dello spazio del setting battendo tutto intorno con qualche oggetto-strumento.
Il divano presente nella stanza in cui si svolgono le sedute è diventato nel tempo parte integrante del setting. Per lui ha rappresentato una sorta di “zona franca”. E’ la zona in cui può regredire consapevole del mio sostegno, della mia presenza, che è sempre una presenza sonora e che gli consente nella regressione di non “scomparire” nel nulla e nello stesso tempo di rassicurarsi sentendo di poter sperimentare “attraverso me”. Alessandro ha bisogno di regredire, di tornare nell’utero materno, per poi progredire, per elaborare qualsiasi forma di distacco.

La relazione con l’altro: il rispecchiamento
Lo specchio più che una tecnica ha costituito la metodologia di fondo di una lunga fase di trattamento. Ogni gesto sonoro di Alessandro è stato da me riproposto attraverso forme minime che lui fosse in grado di cogliere. A tale scopo ho utilizzato prima di tutto l’ostinato su tre suoni contigui, che mi ha consentito di mettere in forma i suoi suoni partendo dai principi da lui espressi sonoramente, ossia la ripetizione e il procedere per suoni vicini.
Per mezzo della risonanza ho dato risalto ai suoi suoni enfatizzandoli. La risonanza mi ha consentito non solo di fargli da eco ma anche da pedale sovrapponendo i miei suoni ai suoi, così da consentirgli l’esperienza di una compresenza…
Per utilizzare quest’ultima tecnica ho inserito degli strumenti che definisco “risuonatori”. Sono tubi di cartone, più o meno lunghi, in cui soffiare; sono anche le cavità dei tom. I risuonatori sono serviti ad amplificare le nostre voci al fine di averne una sempre maggiore consapevolezza mediante un’esperienza che è innanzitutto dei sensi. Sono stati utili a motivare Alessandro sempre più nell’uso della voce e in alcune circostanze ho potuto usarli come ponte tra le nostre voci e tra i corpi.

La relazione con l’altro: l’alternanza
Alle tecniche dello specchio si sono gradatamente aggiunte quelle dell’alternanza. Questa metodologia è costituita da una serie di attività che inducono ad agire insieme nell’ambito di una stessa esperienza sonora, rispettando dei turni e dei ruoli. La dualità è vissuta come compresenza, giustapposizione ma non ancora come dialogo e integrazione. I giochi utilizzati sono essenzialmente scambi di oggetti, metafora di scambi di ruoli, e produzioni alternate su uno stesso strumento o su strumenti diversi. In questa fase Alessandro oltre a portare alla bocca tutti gli oggetti e gli strumenti ha cominciato anche a mordermi: ho pensato che fosse sempre più consapevole della mia presenza dietro l’oggetto-strumento e che avesse bisogno di “appropriarsi” anche di me per trovarsi. Ho inserito nel setting due flauti a stantuffo assecondando la sua esigenza di portare gli oggetti alla bocca ma rendendola un’azione “produttiva”, nel senso che produce un suono e non è auto-riflessa. Col flauto a stantuffo abbiamo anche operato in due su uno stesso strumento: uno soffia, l’altro spinge lo stantuffo. Inoltre questo strumento consente di coordinare almeno tre diverse azioni intenzionali: tenere tra le dita lo strumento, soffiare e muovere il braccio avanti e indietro.

La condivisione dello spazio: il corpo
Il contatto tra i corpi, la condivisione di uno spazio che definirei sacro, la fiducia nel darsi e ricevere attraverso i corpi sono esperienze intense e complesse. Provo a descrivere una seduta che contiene molti elementi indicatori di questa complessità. “Alessandro è sul divano e non interagisce. Per circa venti minuti sostengo la sua regressione con i suoni della clessidra ad acqua e della mia voce……………… Io suono il flauto a stantuffo e a quel punto lui si alza dal divano, viene verso di me e suona il flauto insieme a me per circa dieci minuti………………………Emette dei suoni e io li amplifico col risuonatore vocalico. Alessandro infila un dito nel risuonatore poi allunga di scatto le mani verso la mia bocca e verso il mio viso come per afferrarmi o per aggredirmi. Pronuncia con chiarezza le parole cacca e pipì……….. prima di andar via mi fissa digrignando i denti.“
E’una delle rare volte in cui Alessandro dirige la propria azione non verso un oggetto nella stanza ma verso di me e comincia ad interagire con me. Mi afferra come se nella voglia di contatto ci fosse anche rabbia. E’ un  andare verso e andare contro nello stesso tempo ma non è più solo un ritirarsi. Finalmente i corpi sono ponti per le anime.

Il linguaggio verbale: dalle parole alle frasi
Questo secondo ciclo di intervento (dal sesto al decimo mese di trattamento) è caratterizzato da atteggiamenti di aggressione-regressione da parte di Alessandro e dall’utilizzo da parte mia di strumenti-ponte e di parole-chiave. Gli strumenti-ponte sono i bonghi, il tamburo e la “pompa sonora” (tubo di gomma flessibile all’interno del quale ho inserito dell’acqua e delle pietre colorate) che dispongo fisicamente come un ponte tra i nostri corpi. Le parole-chiave sono mamma e cacca e stimolano Alessandro all’espressione verbale. A queste parole alterniamo i giochi sui fonemi, associando questi ai suoni degli strumenti. Ma l’attività più frequente è battere al tamburo le parole bisillabe che lui in questa fase pronuncia con sempre maggior frequenza: mamma, papà, nonno, nonna, cacca e pipì. Da questa attività passo gradualmente alla formulazione di alcune canzoncine che ci accompagneranno per molti mesi e saranno i leitmotiv del terzo ciclo di intervento, a un anno dall’inizio del trattamento. Le canzoncine inizialmente descrivono le azioni compiute da Alessandro nel qui ed ora, azioni quindi nelle quali si possa rispecchiare fino ad identificarsi. Egli appare subito incuriosito ed interessato ad ascoltare. In questa fase Alessandro inizia ad utilizzare nel setting la parola-frase, singole parole per comunicare non oggetti o bisogni ma pensieri nucleari o aneddoti della sua vita. Io ho ripreso puntualmente ogni parola-frase scandendola ritmicamente ed è anche accaduto che fosse lui ad invitarmi a farlo indicandomi il tamburo. Alessandro si è inserito in questo gioco alternandosi a me e pian piano abbiamo costruito il nostro repertorio di canzoncine. In questo stesso periodo ha cominciato a suonare simultaneamente con me rispettando con precisione il ritmo sillabico ed il fraseggio delle canzoni. Alcune canzoncine indicavano varie parti del corpo attraverso le quali entravamo in contatto fisico.  Ho ricercato il contatto continuamente, attraverso le mani, i piedi, la pelle, il viso, gli occhi. A un anno e mezzo dall’inizio del trattamento accadeva che quando ci toccavamo lui provasse una forte eccitazione spesso fino a mordersi le mani ma è riuscito a contenersi senza regredire o aggredire ma trasformando tale eccitazione in un comportamento operativo. Le canzoni ci hanno aiutato a dare significato alle esperienze della presenza e della vicinanza che andavano sostituendo l’assenza e la lontananza.   

La relazione con l’altro: la madre
Durante il terzo ciclo di intervento Alessandro ha cominciato a manifestare gioia nel rivedere la mamma. Appena sentiva il suono del campanello a fine seduta interrompeva qualsiasi attività e si dirigeva alla porta dicendo “mamma”. Ha poi cominciato a pronunciare questa parola indicando la porta ancor prima del suono del campanello, durante gli ultimi dieci o quindici minuti della seduta. A ciò si sono aggiunti i salti, i sorrisi e le giravolte all’apparire della mamma seguiti dal desiderio di comunicarle verbalmente vari aneddoti. Ed anche a casa il suo comportamento è cambiato: ha cominciato a cercare la madre per giocare insieme a lei, e lei, finalmente, ha sentito di poter entrare in rapporto col proprio figlio e di non essere più solo la fonte di soddisfazione dei suoi bisogni fisici. A un anno e mezzo dall’inizio del trattamento questa relazione si è colorata di contenuti psico-affettivi manifestati da paure e da crisi d’abbandono. Alessandro ha palesato sempre più il desiderio di stare con la madre, riconoscendola come figura unica, non intercambiabile con altre, e vivendo tristezza e angoscia in sua assenza.
Oggi che stiamo vivendo una fase di trattamento in cui cerchiamo di dare una connotazione emotiva ai diversi eventi Alessandro ricongiunge la maggior parte delle esperienze al seguente stato d’animo:”Vuole la sua mamma”.

Riflessioni conclusive
Già dopo pochi mesi dall’inizio del trattamento i genitori riportano osservazioni positive rispetto ai cambiamenti di Alessandro. La madre mi comunica che comincia ad attivarsi autonomamente, manifesta curiosità e sembra un po’ più esplorativo. A scuola le insegnanti testimoniano che è più aperto, più attivo e la quantità di lallazioni è aumentata. Nel tempo cresce anche la sua capacità di utilizzare la comunicazione mimico-facciale.  
Il padre riferisce che tende a suonare più che ascoltare chi suona, e lo fa di propria iniziativa. Utilizza le due mani (un dito per mano) sovrapponendo quindi due suoni mentre prima non tollerava e non sperimentava alcuna forma di polifonia o armonia. Utilizza anche i clusters.
Il setting di musicoterapia ha rappresentato per Alessandro l’opportunità di sperimentare la propria  “presenza” nel mondo come esperienza concreta, nuova e rinnovabile. I suoni proiettano al di fuori di noi stessi qualcosa che ci appartiene, un po’ come se potessimo porci davanti la nostra immagine. Una immagine fuori da categorie, da schemi pre-costituiti, ma pregnante. Pregnanza e presenza sono veicolati dal suono ma anche dal silenzio. Silenzio che nel contesto non-verbale assume la potenza di un messaggio, a volte è un grido, altre volte un sussurro, o un temporaneo non esserci, come una pausa tra suoni. L’importante è appropriarsi della partitura della propria vita ……

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