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ALZHEIMER – Storia e prospettive
Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze / alzheimer storia e prospettive

Il morbo di Alzheimer è stato scoperto dal neurologo tedesco Alois Alzheimer. La notizia è stata resa ufficiale nel 1906, al Congresso di Tubinga, quando, nell’occasione, il neurologo ha presentato un caso da lui osservato che non rientrava nella nosografia ufficiale delle demenze conosciute (Giusti & Surdo, 2004).

Attualmente sono circa 18 milioni al mondo le persone colpite dalla patologia, ed è stato stimato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che nel 2025 saranno 34 milioni (Mozzoni, 2010).

La malattia è una delle forme di demenza degenerativa maggiormente diffusa, che colpisce una persona su cento a 65 anni, una su venti a 75 e una su tre superati gli 85 anni (Guerrini & Troletti, 2008), coinvolgendo uomini e donne con una maggiore incidenza per le donne (pur dovendo tener conto della maggior longevità delle stesse).

È possibile distinguere tre tipologie di demenza da Alzheimer: presenile, senile ed ereditaria.

La diagnosi di demenza è molto difficile da effettuare nelle primissime fasi in quanto, spesso, si possono confondere i sintomi di questa malattia con semplici fattori e acciacchi dovuti all’età. Così, si rischia di trascurare la gravità della situazione e di intervenire, quindi, in ritardo sulla malattia.

Il quadro clinico può essere suddiviso in tre fasi.

La prima fase (2-4 anni) è caratterizzata da uno stato di deterioramento mnestico, discalculia, perdita di spontaneità e uno stato confusionale causato da un deterioramento progressivo delle capacità cognitive.

Il malato comincia ad avere forti difficoltà ad affrontare le normali situazioni della vita quotidiana. Compaiono le prime compromissioni anche del linguaggio con difficoltà legate alla produzione delle frasi. Si registrano, inoltre, disturbi del sonno, marcata irritabilità e disinteresse per attività verso le quali, in passato, si provava interesse.

La seconda fase (2-10 anni) è caratterizzata da un incremento del deterioramento degli aspetti che caratterizzano la prima. Aumenta, in particolar modo, lo stato di disorientamento del malato; ovviamente si tratta di aspetti molto problematici in quanto posso verificarsi episodi di pericolo per l’incolumità dello stesso, come il non fare ritorno a casa, o lasciare il gas acceso.

Vi sono inoltre seri problemi a livello comportamentale, caratterizzati da episodi di aggressività, agitazione, disturbi del sonno e apatia.

In alcuni casi è possibile riscontrare anche casi di depressione (5-15%) e allucinazioni (20-40%).

La terza fase (3 anni circa), è la fase terminale della malattia. Il malato perde completamente la propria autonomia: necessita di assistenza continua. L’individuo non presenta più alcuna capacità di parlare, comprendere e compiere le attività quotidiane come vestirsi, lavarsi, mangiare.

Possono manifestarsi crisi epilettiche, alterazione del tono muscolare, rallentamento dei movimenti volontari e le interazioni con l’ambiente divengono quasi nulle (Giusti & Surdo, 2004).

Da questo primo quadro sicuramente si evince come il malato di Alzheimer presenti una sintomatologia importante, con una compromissione rilevante del normale funzionamento.

Ad oggi le cause determinanti dell’Alzheimer non sono ancora ben definite nonostante si ritenga valida, in larga misura, un’ipotesi multifattoriale; l’ipotesi genetica resta quella maggiormente accreditata.

L’Alzheimer è caratterizzato da uno stato di atrofia corticale dovuto alla presenza di placche amiloidi e ammassi neurofibrillari nel cervello (Giusti & Surdo, 2004). Nello specifico, sembra che l’Alzheimer sia determinato dall’alterazione di una proteina, l’APP, precursore del beta-amiloide, che per motivi ancora oggi sconosciuti, a un certo momento della vita, comincia a essere metabolizzata in modo alterato, portando alla formazione del beta-amiloide, sostanza neurotossica che, accumulandosi lentamente nel cervello, comporta la morte neuronale in maniera progressiva (Kim, Vidal et all, 2013).

La malattia è caratterizzata da una diminuzione elevata di acetilcolina nel cervello, neurotrasmettitore responsabile della comunicazione neuronale e fondamentale per la memoria e le altre funzioni intellettive. Ciò, porta all’impossibilità da parte dei neuroni di trasmettere impulsi nervosi, con conseguente morte degli stessi e atrofia cerebrale (Giusti & Surdo, 2004).

Le tecniche di neuroimaging sono state di grande aiuto nella diagnosi delle demenze degenerative. Nello specifico, la PET/SPECT nel 70% degli anziani affetti da Alzheimer evidenzia un quadro di ipometabolismo/ipoperfusione della corteccia temporo-parietale che viene considerato da molti studiosi come evidenza positiva per la diagnosi di Alzheimer (Angelini & Battistin, 2014).

Sono numerosi gli studi effettuati sull’Alzheimer attraverso i quali è stato possibile pervenire a importanti scoperte rispetto alla malattia.

I ricercatori della Cleveland Clinic degli Stati Uniti hanno evidenziato una correlazione positiva tra la proteina neuroligina-1 (Nlgn1), che ha un ruolo rilevante nella memoria, e la perdita di memoria che avviene nelle amiloidosi (gruppo di malattie causate dal deposito di proteine anomale). Questi studiosi sostengono che l’Nlgn1 è soggetta a un vero e proprio cortocircuito che sconvolge la rete sinaptica nel cervello.

I ricercatori dell’University of Western Ontario, degli Stati Uniti, hanno evidenziato come il cervello metta in atto delle difese per proteggersi dall’Alzheimer, infatti, quando la fosfoproteina 1 interagisce con la proteina prionica, impedendo l’interazione con il peptide beta-amiloide, protegge i neuroni. Da una ricerca sperimentale effettuata sui topi è emerso che l’aumento di questa proteina nei topi è risultata associata a una ridotta tossicità del beta-amiloide.

Un’importante scoperta è stata fatta per conoscere in anticipo la possibile insorgenza della malattia. I ricercatori della Oxford University e del King College di Londra, in uno studio pubblicato sulla rivista Alzheimer & Dementia, hanno realizzato un esame grazie al quale vengono analizzati dieci tipi di fosfolipidi nel sangue per preannunciare con un’accuratezza del 90% e due anni di anticipo, il deterioramento cognitivo, precursore dell’Alzheimer. Inoltre, da uno studio condotto da 33 ricercatori di 26 istituti di ricerca coordinati dal Minneapolis VA Health Care System degli Stati Uniti, è emerso che la vitamina E, è in grado di rallentare il declino funzionale nei malati di Alzheimer, permettendo il miglioramento dello svolgimento delle attività della vita quotidiana e alleggerendo il carico del caregiver (Boselli, 2014).

Vi possono essere alcuni fattori di rischio che predispongono più facilmente un individuo all’insorgenza della malattia.

Tra questi la familiarità, ovvero avere casi in famiglia comporta una maggiore possibile incidenza della malattia, che in quei casi solitamente ha un esordio più precoce.

Inoltre, vi sono i fattori ambientali, come traumi ed esposizione a fattori tossici. Ad esempio, a seguito di studi si è riscontrato come l’insorgere della malattia sia in concomitanza con l’era industriale e come prima non sono stati registrati casi. L’inquinamento sembra infatti essere un fattore determinante.

Così come i fattori di rischio, vi sono fattori protettivi, come un alto grado di istruzione e un lavoro che richiede una certa implicazione cognitiva, poiché questo aumenta l’efficienza dei circuiti neuronali.

Attualmente non esiste una cura ufficiale capace di sconfiggere la malattia, tuttavia si mira a un rallentamento della stessa e a un miglioramento del decorso, attraverso un modello integrato con l’utilizzo di farmaci (inibitori dell’acetilcolinesterasi) e fornendo un supporto al paziente e alla sua famiglia, cercando di apportare un miglioramento delle condizioni di vita degli stessi. L’Alzheimer è, infatti, una malattia che colpisce fortemente non solo il malato ma anche i suoi cari, comportando un’elevata compromissione della vita di tutti i componenti della famiglia, con marcate conseguenze psico-fisiche.

Alla luce di ciò risulta estremamente importante approcciarsi alla malattia non riducendosi esclusivamente a un approccio farmacologico ma prendendo in carico il malato e la sua famiglia, partendo in primo luogo da una guida informativa sulla malattia.

Ai giorni nostri l’attenzione e la sensibilizzazione nei confronti di questa malattia sta crescendo fortemente. Risultati molto soddisfacenti si sono avuti grazie all’uso della terapia di stimolazione cognitiva con cui vengono rinforzate le capacità neuro cognitive, comportando anche un miglioramento della vita quotidiana.

La Reality-Orientation Therapy, focalizzata su attività formali e informali di orientamento spaziale, temporale e sull’identità personale, ha dimostrato in diversi studi clinici di poter facilitare la riduzione del disorientamento soggettivo, e contribuire a rallentare il declino cognitivo, soprattutto se effettuata con regolarità nelle fasi iniziali e intermedie della patologia.

Ottimi risultati sono stati perseguiti anche con l’utilizzo delle artiterapie, le quali si prestano come ottimo supporto per il trattamento delle demenze, divenendo così un sostegno rilevante per l’anziano (Boselli, 2014). Attraverso l’uso della musicoterapia, ad esempio, con cui è possibile far ricorso a capacità espressive diverse da quelle convenzionali, si è dimostrato di avere molta efficacia nel rallentare il decadimento mentale e migliorare la qualità della vita dei malati e dei caregivers. Studi hanno dimostrato come la musicoterapia apporti dei cambiamenti a livello dell’organismo, incidendo sulla produzione delle catecolamine, mediatori chimici delle sinapsi; sulla produzione delle catecolamine libere, che sono concentrate in alcune aree del cervello, come la serotonina che incide sul sonno e sull’umore; sull’aumento della quantità degli oppiodi cerebrali, le endorfine, che controllano il dolore; sul miglioramento della risposta immunitaria; sulla stimolazione dei propriocettori, situati nel derma (Centonze, 2011).

Tra i centri di eccellenza nazionale in cui vengono praticate queste tecniche di riabilitazione per la demenza vi è sicuramente la Residenza Sociale Assistenziale Buon Pastore di Lecce, fiore all’occhiello della realtà salentina.

In merito a questo tema così delicato cominciano sempre più ad attivarsi politiche di sensibilizzazione, con le quali si vuole incrementare l’attenzione. L’Alzheimer, a oggi, rappresenta un rilevante peso economico, sociale e individuale. Sia l’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite), che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) hanno reso centrale tale problematica. Nel 2008 il Parlamento europeo riconosce la malattia di Alzheimer come “priorità pubblica”, auspicando lo sviluppo di un piano di azione comune. L’11 dicembre 2013, durante il G8, viene affrontata l’emergenza della demenza che colpisce circa 44 milioni di persone in tutto il mondo. Tale problematica è stata affrontata anche dal Vaticano nello stesso anno, durante la XXVIII Conferenza Internazionale del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari sulla cura delle persone affette da malattie neurodegenerative (Boselli, 2014).

Si apre così una nuova prospettiva volta alla tutela e alla prevenzione di questa malattia, mirando sempre più all’adozione di specifiche politiche sociali e misure appropriate per un trattamento sempre più efficace e che possa arrecare un vasto beneficio per il malato e il caregiver.

 

Bibliografia 

Angelini, C. & Battistin, L. (2014). Neurologia clinica. Esculapio Editore.

Boselli, C. (2014). La demenza sul palcoscenico del mondo. Rivista Alzheimer, I Trimestre 2014, anno XXIII, numero 48.

Centonze, S. (2012). Musicoterapia e Alzheimer: strumenti per il miglioramento della qualità della vita del paziente con demenza. Edizione Circolo Virtuoso.

Giusti, E. & Surdo, V. (2004). Affezioni da Alzheimer. Il trattamento psicologico complementare per le demenze. Sovera Edizioni.

Guerrini, G. & Troletti, G. (2008). Alzheimer in movimento. L’attività motoria con le persone affette da demenza: manuale per familiari e operatori. Maggioli Editore.

Kim, T., Vidal et all. (2004). LilrB2 Is a β-Amyloid Receptor and Its Murine Homolog PirB Regulates Synaptic Plasticity in an Alzheimer’s Model. Science Magazine.

Mozzoni, M. (2010). Alzheimer. Come diagnosticarlo precocemente con le reti neurali artificiali. Franco Angeli Editore.

 

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